Il cranio di una donna longobarda di oltre quarant'anni, vissuta intorno al 600 d.C. nei pressi di Cividale del Friuli, mostra due ferite gravi: una da lama lunga, simile allo scramasax dei guerrieri germanici, e una frattura da schiacciamento provocata da un oggetto piatto come una pietra. Una infezione attorno alla seconda lesione racconta una guarigione lunga e difficile in un'epoca senza antibiotici. Lo scheletro, etichettato T46, è la prima prova fisica diretta di violenza contro una donna nelle fonti archeologiche longobarde.
Lo scheletro T46 di Cividale del Friuli
T46 fu portata alla luce nel 2012 in una necropoli scavata vicino alla ferrovia di Cividale, antica capitale del Ducato del Friuli. Per anni il suo sesso è rimasto incerto: lo stato di conservazione delle ossa era troppo compromesso per una diagnosi macroscopica tradizionale. La svolta è arrivata con l'analisi delle proteine, una tecnica di paleobiologia molecolare che ricostruisce il sesso biologico dai residui presenti nello smalto dei denti.
Il lavoro guidato dall'Università di Udine, pubblicato su International Journal of Paleopathology, descrive nel dettaglio le due lesioni craniche. La ferita laterale sinistra è stretta e profonda: l'angolo dell'impatto suggerisce un aggressore in piedi davanti alla vittima, armato di una lama simile a uno scramasax. La seconda ferita, una frattura da schiacciamento, mostra segni inequivocabili di guarigione parziale, con tracce di infezione ossea, un dettaglio che in un'epoca priva di strumenti efficaci contro le infezioni rende più probabile un esito letale ritardato. La bioarcheologa Valentina Martinoia parla di violenza interpersonale senza azzardare un singolo movente.
Un caso su 34: il paradosso longobardo
Quando lo studio confronta T46 con tutti i casi noti di traumi cranici da violenza in contesto longobardo, il quadro diventa stridente: in Italia e nell'attuale Ungheria sono stati documentati 33 individui con ferite simili, tutti uomini. Una sola donna in oltre tre decenni di scavi sistematici.
Il paradosso è che, sul piano normativo, la società longobarda non ignorava il problema. L'Editto di Rotari, promulgato nel 643 d.C., dedica sei disposizioni separate alla violenza contro le donne, dall'uccisione della moglie alla partecipazione femminile agli scontri tra uomini. La successiva legge di Liutprando 141 contempla il caso degli uomini che mandavano donne a combattere per loro, con una crudeltà, annota il testo, 'maggiore di quella di cui sarebbero capaci gli uomini'. Le leggi suggeriscono un fenomeno diffuso. I reperti, fino a T46, lo negavano.
La spiegazione proposta dai ricercatori è metodologica più che storica. Le aggressioni che lasciano segni sullo scheletro sono quasi sempre quelle inflitte con armi da taglio o oggetti contundenti pesanti, tipiche dei combattimenti armati a cui le donne longobarde raramente partecipavano. La violenza domestica, di gran lunga più documentata nelle fonti scritte, si esprime in contusioni e lesioni dei tessuti molli che il tempo cancella. T46 è eccezionale proprio perché le sue ferite sono fuori scala rispetto al maltrattamento ordinario: o era una guerriera, o ha subito un'aggressione di gravità inusuale.
Il metodo cambia il racconto
Il salto avanti consentito da T46 non è solo storico. La tecnica dell'analisi proteomica ossea, applicata qui per determinare il sesso di uno scheletro mal conservato, apre la possibilità di rianalizzare reperti già custoditi nei magazzini dei musei italiani e classificati in passato come maschili sulla base di criteri morfologici incerti. È plausibile, secondo gli autori, che altri casi di violenza femminile siano stati semplicemente attribuiti al genere sbagliato.
Per Cividale e per l'area longobarda iscritta nei patrimoni UNESCO, la notizia ha un effetto diretto sulla narrazione divulgativa: la guerriera longobarda diventa una possibilità storica documentata, non solo una figura giuridica. Per la ricerca, il messaggio riguarda il metodo. Le svolte che ampliano lo sguardo storico nascono quando uno strumento sviluppato in un campo viene applicato a un problema diverso: vale per le imprese pionieristiche dell'esplorazione spaziale e per le promesse e i dubbi del calcolo quantistico, adesso vale anche per la paleopatologia. Il prossimo passo, suggerito dagli autori, è applicare la stessa analisi proteomica ai reperti longobardi già conservati nei depositi italiani: nei magazzini dei musei potrebbero esserci decine di altre T46 mai identificate come donne.