Starshield è tornato pienamente operativo per i reparti militari ucraini dal 15 ottobre, anche in movimento, dopo le limitazioni comparse la mattina del 14. La domanda su chi abbia imposto il limite resta aperta ed è ora al centro di un'indagine formale chiesta da nove senatori statunitensi bipartisan.
Un limite di 160 km/h calibrato sui droni
Le restrizioni comparse senza preavviso tra il 13 e il 14 ottobre non hanno spento la rete: hanno fissato un cap di velocità intorno a 100 miglia orarie, pari a circa 160 km/h. Sotto quella soglia i terminali funzionavano, sopra perdevano la connessione. L'effetto operativo è stato lineare: i terminali montati su droni d'attacco diretti verso obiettivi in territorio russo si disconnettevano in volo, mentre il traffico fisso o lento proseguiva normalmente. I test ucraini del 14 ottobre, come riportato nella lettera dei senatori, hanno segnalato restrizioni già oltre le 63 miglia orarie, mentre SpaceX avrebbe confermato il taglio alle 100. Nessun comunicato pubblico ha chiarito perché la soglia sia stata scelta a quel livello, ma la calibrazione corrisponde alla velocità operativa dei droni ucraini a lungo raggio: un parametro che ferma il drone senza spegnere un'ambulanza o un ufficio.
Il Pentagono gestisce solo 3.000 dei 50.000 terminali attivi
In Ucraina sono operativi oltre 50.000 terminali Starlink secondo il bilancio diffuso a ottobre 2026. Di questi, soltanto circa 3.000 ricadono sotto il contratto Starshield gestito direttamente dal Pentagono: 500 collegati tramite un precedente accordo con lo U.S. European Command, altri 2.500 aggiunti ad agosto 2024 con un contratto della Space Systems Command. Il deal precedente per i 500 terminali valeva circa 40 milioni di dollari; il valore del nuovo contratto non è stato reso pubblico.
La parte più grande della rete è pagata da altri. La Polonia da sola finanzia più di 29.000 terminali ed è il primo sponsor non statunitense; il resto arriva da donazioni SpaceX, da altri governi europei e dall'USAID. Significa che oltre il 90% dei terminali che tengono in piedi le comunicazioni militari ucraine non dipende da una decisione del Dipartimento della Difesa. Eppure il cap del 14 ottobre ha funzionato su tutti: non ha distinto tra terminali del Pentagono e terminali polacchi, perché la rete e il software che li gestiscono sono uno solo, in mano a SpaceX.
Nove senatori chiedono l'indagine, scadenza al 1 novembre
La lettera firmata il 15 ottobre dai senatori Jeanne Shaheen e Thom Tillis, co-presidenti del Senate NATO Observer Group, insieme a Cornyn, Collins, Durbin, Murkowski, Reed, Coons e Blumenthal, chiede all'Ispettore generale del Dipartimento della Difesa Platte Moring un'indagine formale sulle disruption e sulla responsabilità contrattuale della Space Force verso SpaceX. La scadenza è il 1 novembre: entro quella data l'Ispettore deve confermare per iscritto l'avvio del dossier.
I nove senatori bipartisan chiedono anche di accertare se personale diplomatico e militare statunitense sia rimasto esposto durante gli attacchi aerei russi coincisi con il blackout parziale, e se misure correttive siano già state attivate per garantirne la sicurezza. La richiesta sposta il baricentro del dossier: non più se le limitazioni siano avvenute, ma se la catena di oversight contrattuale abbia funzionato.
Casa Bianca, Pentagono e Musk: nessuno rivendica
Secondo fonti riportate da Reuters e Defense News, l'ordine di rallentare il servizio sarebbe partito dall'interno della Casa Bianca e inoltrato al Pentagono. Il segretario di Stato Marco Rubio e lo stesso Donald Trump hanno smentito. Elon Musk ha ribadito che la gestione operativa è in mano al governo degli Stati Uniti e che SpaceX non può imporre limiti autonomamente. Resta la coincidenza temporale con la crisi tra Trump e Volodymyr Zelensky, che la ricostruzione delle fonti anonime collega ma non prova.
La ricostruzione delle responsabilità uscirà dal rapporto dell'Inspector General, non dai comunicati dei protagonisti. Finché il grosso dei terminali Starlink attivi in Ucraina continuerà a essere pagato da altri, ogni decisione tecnica presa fuori dalla catena militare potrà produrre effetti operativi che nessuno è disposto a rivendicare.