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Napoli, stuprò una donna e le trasmise l'HIV: lei morì nel 2017, assolto il presunto untore

La Corte d'Assise di Napoli ha assolto un 65enne dall'accusa di omicidio volontario. La violenza sessuale, nel frattempo, è caduta in prescrizione. Una vicenda giudiziaria che lascia interrogativi aperti sul rapporto tra diritto penale e trasmissione del virus

* Il caso: dalla violenza sessuale alla morte per AIDS * La sentenza della Corte d'Assise di Napoli * La prescrizione della violenza sessuale * Il nodo giuridico della trasmissione dell'HIV in Italia

Il caso: dalla violenza sessuale alla morte per AIDS {#il-caso-dalla-violenza-sessuale-alla-morte-per-aids}

Una donna abusata sessualmente, un virus contratto in seguito a quella violenza, una vita consumata dalle complicazioni dell'AIDS fino alla morte, avvenuta nel 2017. Poi, anni di processo. E alla fine, l'assoluzione dell'uomo accusato di averla uccisa.

La vicenda arriva da Napoli e ha per protagonista un 65enne che, stando a quanto ricostruito dall'accusa, avrebbe trasmesso il virus dell'HIV ad almeno due donne, una delle quali è deceduta per le conseguenze della malattia. La Procura aveva contestato il reato di omicidio volontario, sostenendo che l'uomo fosse consapevole della propria sieropositività al momento degli abusi e che, dunque, la trasmissione del virus configurasse un atto deliberatamente letale.

Una tesi ambiziosa sul piano giuridico. E che non ha retto al vaglio della Corte d'Assise di Napoli.

La sentenza della Corte d'Assise di Napoli {#la-sentenza-della-corte-dassise-di-napoli}

I giudici della Corte d'Assise hanno assolto l'imputato dall'accusa di omicidio volontario. La sentenza, pronunciata il 26 marzo 2026, rappresenta l'epilogo di un procedimento lungo e complesso, nel quale la questione centrale era stabilire se la trasmissione consapevole del virus HIV potesse essere equiparata, nei fatti, a un'azione omicida.

Il nesso causale tra la condotta dell'uomo e la morte della vittima, evidentemente, non è stato ritenuto sufficiente a sostenere l'impianto accusatorio nella sua forma più grave. L'AIDS è una patologia che può essere gestita farmacologicamente per anni, e la giurisprudenza italiana fatica ancora a inquadrare in modo univoco i casi in cui il decesso sopraggiunge a distanza di tempo dalla trasmissione del virus.

Per la famiglia della donna, il verdetto suona come una doppia ingiustizia. La vittima, oltre a subire la violenza sessuale, ha dovuto convivere con una malattia che ne ha progressivamente minato il corpo, fino alle complicazioni fatali.

La prescrizione della violenza sessuale {#la-prescrizione-della-violenza-sessuale}

A rendere ancora più amara la vicenda c'è un dato processuale che pesa come un macigno: il reato di violenza sessuale è caduto in prescrizione. Questo significa che l'uomo, pur accusato di aver abusato sessualmente della donna, e di aver trasmesso il virus proprio attraverso quello stupro, non potrà più essere giudicato per quel fatto.

È un aspetto che riapre il dibattito, mai davvero sopito, sui tempi della giustizia italiana e sull'adeguatezza dei termini prescrizionali per i reati sessuali. La riforma Orlando del 2017 e i successivi interventi legislativi hanno cercato di allungare i tempi di prescrizione per alcune fattispecie gravi, ma casi come questo dimostrano che le maglie restano larghe, soprattutto quando i procedimenti si trascinano per anni tra indagini complesse e rinvii.

L'imputato risultava accusato di aver trasmesso l'HIV a due donne. I dettagli sulla posizione processuale relativa alla seconda vittima non emergono ancora con chiarezza, ma il quadro complessivo descrive un soggetto che, secondo l'accusa, avrebbe agito con piena consapevolezza della propria condizione.

Il nodo giuridico della trasmissione dell'HIV in Italia {#il-nodo-giuridico-della-trasmissione-dellhiv-in-italia}

L'Italia non dispone di una norma penale specifica che punisca la trasmissione volontaria o colposa dell'HIV. La legge 135 del 1990, che resta il principale riferimento normativo in materia di AIDS, si concentra sulla prevenzione e sull'assistenza sanitaria, ma non prevede una fattispecie autonoma di reato per chi, consapevole della propria sieropositività, trasmette il virus ad altri.

Nei tribunali italiani, i casi di cosiddetti untori sono stati ricondotti di volta in volta a ipotesi di lesioni personali gravissime o, nei casi più estremi, di omicidio volontario con dolo eventuale. La Cassazione si è pronunciata più volte, ma senza che si sia consolidato un orientamento univoco. Molto dipende dalla capacità dell'accusa di dimostrare la consapevolezza dello stato di sieropositività, l'intenzionalità della trasmissione e, soprattutto, il nesso diretto tra il contagio e l'eventuale decesso.

Nel caso napoletano, la Corte ha evidentemente ritenuto che questi elementi non fossero provati oltre ogni ragionevole dubbio, almeno con riferimento all'accusa più grave.

La questione resta aperta. In un contesto in cui le terapie antiretrovirali hanno trasformato l'HIV da condanna a morte in malattia cronica gestibile, il confine tra lesioni e omicidio diventa sempre più sfumato, e il diritto penale arranca nel tentativo di stare al passo con la scienza medica.

Questa sentenza, al di là del suo esito, costringe a riflettere su un vuoto normativo che l'ordinamento italiano non ha ancora colmato. E sulla necessità, sempre più urgente, di garantire che i tempi della giustizia non finiscano per negare giustizia a chi ha già pagato il prezzo più alto.

Pubblicato il: 27 marzo 2026 alle ore 14:33