Il ministro dell'Istruzione superiore indonesiano Brian Yuliarto ha chiesto agli atenei statali di alzare la qualità della ricerca universitaria per sostenere lo sviluppo del Paese. L'appello, lanciato da Jakarta arriva da un sistema che investe lo 0,28% del PIL in ricerca e sviluppo, contro l'1,37% italiano e il 2,2% della media europea.
Yuliarto: 'Trasformare la conoscenza in prodotti d'impatto'
Nella dichiarazion Yuliarto ha indicato gli atenei come leva strategica per la posizione dell'Indonesia nella competizione globale, attraverso l'avanzamento degli ecosistemi scientifici e tecnologici. "Trasformare la conoscenza in prodotti d'impatto è un processo a lungo termine", ha detto. "Le università devono costruire partnership strategiche con l'industria per generare innovazioni significative. I Paesi che riescono a portare la ricerca fino alla commercializzazione industriale saranno quelli che plasmeranno l'economia del futuro".
Il ministro ha insistito sulla sinergia tra atenei, imprese, governo e comunità, e sull'equilibrio tra autonomia universitaria e responsabilità pubblica: qualità accademica, governance, rilevanza della ricerca per i bisogni industriali e sociali. L'appello arriva da un dicastero (Istruzione superiore, Scienza e Tecnologia) creato il 20 ottobre 2024 dallo scorporo dell'ex Ministero dell'Istruzione, Cultura, Ricerca e Tecnologia, con l'obiettivo di unificare la regia di università, ricerca e innovazione. Yuliarto, nominato a febbraio 2025, viene dal Bandung Institute of Technology ed è professore di nanotecnologia.
I numeri: Indonesia 0,28%, Italia 1,37%, UE 2,2% del PIL
L'esortazione di Yuliarto arriva mentre l'Indonesia si colloca tra i Paesi a bassa intensità di ricerca: 0,28% del PIL nel 2024 secondo le stime WIPO basate su dati OECD e UNESCO, allo stesso livello di Vietnam (0,42%) e Filippine (0,32%). La media mondiale viaggia attorno al 2%.
In Italia la quota è quasi cinque volte più alta, ma resta lontana dalla media europea. Secondo il rapporto ISTAT sulla ricerca e sviluppo 2023-2025, nel 2023 il sistema italiano ha speso 29,4 miliardi di euro in R&S intra-muros, pari all'1,37% del PIL, in linea con il 2022 e in calo rispetto all'1,41% del 2021. Le imprese coprono il 60,1% della spesa, gli atenei il 25%, gli enti pubblici il 14,9%. La quota universitaria è cresciuta del 9,9% in un anno, il segnale più forte di tutto il sistema.
A livello UE i dati Eurostat sulla spesa R&S 2024 indicano un totale di 403,1 miliardi di euro nel 2024 (+3,6% sul 2023), con un'intensità del 2,2% del PIL. In testa Svezia (3,6%), Belgio (3,4%), Austria (3,3%), Finlandia (3,2%) e Germania (3,1%): tutti oltre il triplo della quota italiana di spesa pubblica e privata.
Trasferimento tecnologico, il nodo comune anche all'Italia
Il punto che Yuliarto pone al sistema indonesiano, ossia trasformare la ricerca in innovazione industriale, tocca da vicino anche quello italiano. Oltre l'80% della spesa privata in R&S in Italia è sostenuto da imprese appartenenti a gruppi multinazionali, di cui il 44,6% a controllo estero e il 38,5% a controllo nazionale. La ricerca finanziata dal settore produttivo dipende quindi da poche grandi realtà, mentre la piccola impresa, ossatura del manifatturiero, ha ridotto la spesa del 2,3% nel 2023.
Sul fronte pubblico ci sono stati passi concreti, come lo stanziamento di 375 milioni per il contratto di ricerca 2025, ma il tema sollevato dal ministro indonesiano (partnership strategiche e commercializzazione dei risultati) resta uno dei terreni più scoperti del sistema italiano. Il nodo non è solo quanto si spende, ma come si traducono i risultati in brevetti, spin-off e ricavi industriali.
Sul piano internazionale i modelli di valorizzazione vanno dai riconoscimenti accademici per l'innovazione, come il premio per la ricerca innovativa all'Università di Saskatchewan, ai grandi progetti scientifici globali, come quelli legati alla scoperta di elementi fondamentali per la vita sull'asteroide Bennu.
Il messaggio da Jakarta pesa più del singolo episodio: chiama tutti i sistemi universitari, anche quelli a maggiore intensità di spesa, a misurare la ricerca sull'impatto economico e sociale concreto. Per l'Italia l'asticella reale non è la media UE, ma i Paesi che hanno già superato il 3% del PIL.