La University of Manchester promette un'esperienza pratica a tutti i suoi 32mila studenti undergraduate: tirocinio, placement, progetto congiunto o scambio. E' la prima universita' del Russell Group ad annunciare un impegno cosi' esteso, secondo quanto riportato da University World News il 27 maggio 2026.
Cosa ha annunciato Manchester e perche' fa notizia
Il vice-chancellor Duncan Ivison ha dichiarato che nessuno studente dovrebbe concludere tre anni di universita' avendo fatto solo studio accademico: "ogni studente, dallo storico all'ingegnere chimico, deve poter mettere alla prova quello che ha imparato". L'iniziativa nasce dentro una crisi precisa: molti laureati britannici escono dall'ateneo con un debito superiore alle 50mila sterline e finiscono in lavori di ospitalita' o vendita, non in mansioni tipicamente da laureati.
Nick Hillman, direttore dell'Higher Education Policy Institute, ha accolto l'iniziativa ma ha sollevato un problema di scala: trovare 32mila placement ogni anno e' un'operazione industriale, non un servizio carriere tradizionale. E' su questo punto, piu' che sul principio, che il modello britannico verra' giudicato nei prossimi anni accademici.
In Italia il tirocinio c'e' gia', ma non basta
Il sistema universitario italiano ha gia' una diffusione molto alta dei tirocini universitari. Secondo il rapporto AlmaLaurea 2025, il 61,0% dei laureati 2024 ha svolto un tirocinio durante gli studi, contro il 56,8% del 2014, con un picco di soddisfazione del 94,3%. Il problema italiano, dunque, non e' la quantita' dell'esperienza pratica offerta dagli atenei.
Il problema arriva dopo. Sempre AlmaLaurea, Rapporto AlmaLaurea 2025 - condizione occupazionale dei laureati, rileva che a un anno dalla laurea il 39,3% dei laureati di primo livello svolge un lavoro per cui il titolo non e' richiesto, e il 31,9% tra i magistrali biennali. A cinque anni il dato scende ma resta alto: 32,5% per i triennali, 25,4% per i magistrali. Significa che un laureato italiano su tre, anche dopo il tirocinio in azienda, finisce in una mansione sotto il proprio livello. Il fenomeno e' particolarmente forte nei gruppi letterario-umanistico, artistico e politico-sociale.
Il quadro peggiora nel confronto europeo. I dati ISTAT - Livelli di istruzione e ritorni occupazionali 2024 mostrano che il tasso di occupazione dei 25-64enni con titolo terziario in Italia e' 84,7%, contro l'87,8% della media UE27: un gap di 3,1 punti. Sulla fascia piu' giovane il divario diventa strutturale: solo il 31,6% dei 25-34enni italiani ha una laurea, contro il 44,1% europeo. L'Italia resta penultima dopo la Romania.
Cosa puo' imparare l'universita' italiana
Il caso Manchester sposta l'asticella sulla garanzia: non basta offrire tirocini, bisogna assicurarsi che li faccia chi finora restava fuori, cioe' gli studenti delle facolta' meno collegate al mercato del lavoro. In Italia le universita' hanno ufficio placement attivo, ma la copertura resta a macchia di leopardo: ci sono atenei che spingono oltre l'80% dei loro laureati in tirocinio, altri che restano sotto il 50%. Il modello britannico propone una clausola contrattuale implicita: se ti iscrivi, l'esperienza pratica e' compresa nel prezzo.
C'e' poi la mobilita' internazionale, che in Italia coinvolge solo il 10,3% dei laureati, e con un forte filtro sociale: si arriva al 16,3% per chi ha entrambi i genitori laureati, si scende al 7,0% per chi ha genitori senza diploma. Manchester mette stage, placement e scambio sullo stesso piano, trattandoli come alternative equivalenti. In Italia lo scambio Erasmus resta una scelta di nicchia, accessibile soprattutto a chi ha gia' un capitale familiare alle spalle.
La domanda concreta per gli atenei italiani non e' se aumentare i tirocini, ma come renderli un ponte verso lavori coerenti con il titolo conseguito. Servono accordi piu' selettivi con le imprese, un monitoraggio sul mismatch post-tirocinio e una clausola di reciprocita' simile a quella di Manchester per gli studenti delle aree umanistiche. Senza un disegno su questo, il 61% di copertura attuale rischia di restare un dato di processo, mentre il neolaureato italiano continua a guadagnare meno e a lavorare sotto la propria qualifica rispetto al collega europeo.