* La tragedia del Komsomolets * Un reattore che non si è mai spento del tutto * Trent'anni di fughe intermittenti * Contaminazione contenuta, ma per quanto? * Il nodo del monitoraggio continuo
La tragedia del Komsomolets {#la-tragedia-del-komsomolets}
Giace a circa 1.700 metri di profondità, nel buio gelido del Mare di Norvegia, a sud-ovest dell'Isola degli Orsi. Il K-278 Komsomolets, orgoglio della flotta sottomarina sovietica, riposa sul fondale dal 7 aprile 1989, quando un violento incendio scoppiato a bordo ne provocò l'affondamento. Quarantadue marinai persero la vita quel giorno. Ma la storia del Komsomolets non si è conclusa con la sua discesa negli abissi.
A distanza di oltre trentasette anni, quel relitto continua a rappresentare una fonte di preoccupazione ambientale. Il suo reattore nucleare, mai recuperato, si sta lentamente degradando, e le evidenze scientifiche raccolte negli ultimi decenni confermano ciò che molti temevano: fughe radioattive intermittenti continuano a verificarsi dallo scafo.
Un reattore che non si è mai spento del tutto {#un-reattore-che-non-si-è-mai-spento-del-tutto}
Il Komsomolets era un sottomarino d'attacco a propulsione nucleare, il primo e unico della sua classe (Progetto 685 _Plavnik_). Progettato per operare a profondità estreme, vantava uno scafo in titanio che avrebbe dovuto garantirne l'indistruttibilità. L'incendio che lo colpì, però, si rivelò inarrestabile. Le fiamme si propagarono rapidamente, compromettendo i sistemi di bordo e costringendo l'equipaggio ad abbandonare il battello.
Da allora, il reattore nucleare è rimasto intrappolato nel relitto. E il tempo, unito alla pressione e alla corrosione dell'acqua salata, sta facendo il suo lavoro. La struttura dello scafo si degrada progressivamente, esponendo componenti che erano stati progettati per rimanere sigillati. Stando a quanto emerge dalle più recenti campagne di monitoraggio, il processo di deterioramento non accenna a rallentare.
Trent'anni di fughe intermittenti {#trentanni-di-fughe-intermittenti}
Le perdite radioattive dal Komsomolets non sono una novità. Si verificano da oltre trent'anni, ma è soprattutto a partire dal 2019 che il quadro si è fatto più chiaro. In quell'anno, una spedizione scientifica congiunta norvegese-russa ha individuato fuoriuscite intermittenti da punti specifici lungo lo scafo, confermando che la barriera di contenimento non è più integra.
I radionuclidi rilasciati, secondo le analisi effettuate, comprendono isotopi tipici del combustibile nucleare esaurito. Non si tratta di un flusso costante, il che rende il fenomeno particolarmente insidioso da monitorare: le fughe si manifestano in modo discontinuo, probabilmente in relazione ai processi di corrosione e alle correnti sottomarine che interagiscono con lo scafo deteriorato.
Va detto che il sottomarino sovietico affondato non è l'unico residuo della Guerra Fredda a giacere sui fondali artici. Nel solo Mare di Barents e nelle acque circostanti si trovano diversi relitti nucleari, tra reattori scaricati e sottomarini dismessi. Il Komsomolets, però, resta il caso più studiato e, per certi versi, il più emblematico.
Contaminazione contenuta, ma per quanto? {#contaminazione-contenuta-ma-per-quanto}
La buona notizia, se così si può definire, è che finora la contaminazione ambientale risulta ancora contenuta. I radionuclidi che fuoriescono dal relitto vengono rapidamente diluiti nell'enorme volume d'acqua circostante. Le concentrazioni misurate nelle immediate vicinanze dello scafo, pur superiori ai valori di fondo naturale, decrescono rapidamente con la distanza.
Questo non significa, tuttavia, che il problema sia trascurabile. La comunità scientifica sottolinea come il progressivo degrado del reattore potrebbe portare, nei prossimi decenni, a rilasci più consistenti. Il rischio di una contaminazione radioattiva dell'oceano su scala più ampia, per quanto al momento remoto, non può essere escluso a priori.
La Norvegia, che ha le proprie coste e le proprie risorse ittiche direttamente esposte, segue la vicenda con attenzione crescente. Il Paese scandinavo, peraltro, sta investendo significativamente nella ricerca scientifica e ambientale, puntando anche ad attrarre talenti internazionali per rafforzare le proprie capacità di analisi e risposta a sfide complesse come questa.
Il nodo del monitoraggio continuo {#il-nodo-del-monitoraggio-continuo}
La questione centrale resta una: chi si fa carico del monitoraggio a lungo termine? Le spedizioni scientifiche sul sito del Komsomolets sono costose e tecnicamente complesse. Operare a 1.700 metri di profondità nelle acque gelide del Mare di Norvegia richiede tecnologie avanzate e risorse ingenti.
Finora, le campagne di monitoraggio sono state condotte in modo episodico, con intervalli di diversi anni tra una missione e l'altra. Gli scienziati chiedono un approccio più sistematico. Servirebbero stazioni di rilevamento permanenti nei pressi del relitto, capaci di registrare in tempo reale eventuali variazioni nei livelli di radioattività. Le radiazioni nel Mare di Norvegia, per quanto oggi a livelli gestibili, richiedono una sorveglianza che non ammette interruzioni.
Il dialogo tra Norvegia e Russia su questo fronte è stato per anni relativamente cooperativo, almeno sul piano scientifico. Ma il deterioramento delle relazioni diplomatiche internazionali degli ultimi anni ha reso più difficile la collaborazione, proprio nel momento in cui sarebbe più necessaria.
Il Komsomolets, in fondo, è una capsula del tempo della Guerra Fredda. Un monito silenzioso, adagiato sul fondo del mare, che ricorda come certe eredità del passato non si esauriscano con il passare dei decenni. Anzi, in qualche caso, peggiorano.