* La frase che ha acceso la polemica * La risposta di Luca Trapanese * Un pregiudizio radicato nella cultura scolastica * Sostegno e dignità professionale: lo stato dell'arte
La frase che ha acceso la polemica {#la-frase-che-ha-acceso-la-polemica}
Bastano poche parole, pronunciate con leggerezza davanti a milioni di telespettatori, per riaprire una ferita che nel mondo della scuola non si è mai davvero rimarginata. Durante una puntata de La Ruota della Fortuna, Gerry Scotti si è rivolto a una concorrente, docente di sostegno, con una frase destinata a far discutere: _"Chi vuole fare il vostro lavoro deve accettare quello che passa il convento"_.
Un modo di dire comune, certo. Ma il contesto in cui è stato pronunciato, e soprattutto il destinatario, hanno trasformato quella che voleva essere forse una battuta bonaria in un caso mediatico. Perché dietro quel "quello che passa il convento" molti hanno letto un messaggio preciso: l'insegnamento di sostegno come ripiego, come seconda scelta, come qualcosa da accettare in mancanza di meglio.
La reazione sui social è stata immediata. Telespettatori, docenti, famiglie di alunni con disabilità hanno espresso disagio e indignazione. Non tanto per l'intenzione del conduttore, quanto per il riflesso culturale che quella frase porta con sé: l'idea, ancora diffusa, che il docente di sostegno occupi un gradino inferiore nella gerarchia della professione insegnante.
La risposta di Luca Trapanese {#la-risposta-di-luca-trapanese}
A raccogliere il guanto della polemica è stato Luca Trapanese, figura nota per il suo impegno sul fronte dell'inclusione e della disabilità. Trapanese, che nel 2018 aveva fatto notizia per aver adottato da single una bambina con sindrome di Down, non ha usato giri di parole.
"Fare l'insegnante di sostegno non è un piano B"_, ha dichiarato. _"È una scelta consapevole, responsabile, che incide direttamente sul futuro e sulla dignità delle persone con disabilità."
Parole nette, che hanno spostato il dibattito dal piano della gaffe televisiva a quello, ben più sostanziale, del riconoscimento sociale di una professione. Trapanese ha insistito su un punto cruciale: finché l'opinione pubblica, e con essa i media, continueranno a trattare il sostegno come una destinazione residuale, sarà difficile pretendere che il sistema scolastico garantisca vera inclusione.
E non è un ragionamento astratto. Chi lavora ogni giorno nelle classi italiane sa bene quanto pesi, sulla motivazione e sull'efficacia del proprio operato, la percezione esterna del ruolo che si ricopre.
Un pregiudizio radicato nella cultura scolastica {#un-pregiudizio-radicato-nella-cultura-scolastica}
La polemica sollevata dal commento di Gerry Scotti non nasce nel vuoto. Tocca un nervo scoperto che attraversa la scuola italiana da decenni. L'idea che il sostegno sia una sorta di _parcheggio professionale_, un passaggio obbligato per chi non riesce a ottenere una cattedra curricolare, è un pregiudizio duro a morire.
Eppure i numeri raccontano una realtà diversa. Sono oltre 200.000 i docenti di sostegno impiegati nelle scuole italiane, una cifra in costante crescita che riflette sia l'aumento delle certificazioni sia la volontà, almeno sulla carta, di rafforzare il modello inclusivo. Proprio di recente il Ministero ha messo mano alla Riorganizzazione del Corpo Docente: Tagli e Incrementi nei Posti di Sostegno per il 2025/26, segno che la questione è tutt'altro che marginale nell'agenda politica.
Ma la crescita numerica non si è accompagnata a un parallelo riconoscimento culturale. Nei corridoi delle scuole, nelle sale insegnanti, nei discorsi informali tra colleghi, il docente di sostegno viene ancora troppo spesso percepito come _"quello che non ha la classe sua"_. Un atteggiamento che si riverbera sugli studenti, sulle famiglie e, in ultima analisi, sulla qualità dell'inclusione.
Non aiuta, va detto, la struttura stessa del reclutamento. Molti aspiranti insegnanti si avvicinano al sostegno come canale d'ingresso nel mondo della scuola, con l'intenzione dichiarata di transitare poi su posto comune. È un dato di fatto che il sistema stesso alimenta, non una colpa individuale. Ma è proprio questo meccanismo a nutrire la narrazione del sostegno come _piano B_, come ha efficacemente sintetizzato Trapanese.
Sul fronte della formazione, qualcosa si muove: l'Avvio corsi di specializzazione per il sostegno: il Ministero incontra i sindacati rappresenta un tentativo di strutturare meglio il percorso di chi sceglie questa strada. Ma la specializzazione, da sola, non basta se non cambia la cornice culturale in cui quella professione viene esercitata.
Sostegno e dignità professionale: lo stato dell'arte {#sostegno-e-dignità-professionale-lo-stato-dellarte}
L'Italia è stata a lungo considerata un modello internazionale per l'inclusione scolastica. La legge 517 del 1977, che abolì le classi differenziali, segnò un punto di svolta che molti Paesi europei guardarono con ammirazione. Quasi cinquant'anni dopo, quel modello mostra crepe evidenti, e non tutte si possono attribuire alla mancanza di risorse.
C'è un problema di cultura professionale. Il docente di sostegno, stando a quanto emerge dal dibattito di questi giorni, continua a essere visto come un facilitatore più che come un insegnante a pieno titolo. Una figura ausiliaria, non un professionista con competenze specifiche e una missione educativa propria. Questa percezione distorta ha conseguenze concrete:
* Turnover elevato: molti docenti lasciano il sostegno alla prima occasione utile, compromettendo la continuità didattica per gli alunni * Difficoltà di reclutamento: le graduatorie sono spesso coperte da personale non specializzato * Marginalizzazione nei consigli di classe: il contributo del docente di sostegno viene talvolta ridotto alla gestione del singolo alunno, anziché essere integrato nella progettazione didattica complessiva
Per chi opera nel settore, anche aspetti apparentemente burocratici, come la Scadenza per la Nomina a Commissari Esterni per i Docenti di Sostegno: Ecco Tutto Ciò Che Devi Sapere, diventano cartina di tornasole del grado di integrazione professionale riconosciuto a questi insegnanti.
La frase di Gerry Scotti, alla fine, ha avuto almeno un merito involontario: riportare sotto i riflettori una questione che la politica scolastica affronta a singhiozzo e che l'opinione pubblica tende a ignorare. L'insegnante di sostegno non è chi _accetta quello che passa il convento_. È, o dovrebbe essere, chi sceglie consapevolmente di stare accanto agli studenti più fragili, con competenze, formazione e la dignità professionale che questo compito richiede.
Che poi sia un conduttore televisivo, con una battuta da prima serata, a ricordarcelo per contrasto, dice molto sullo stato del dibattito pubblico sull'inclusione in Italia.