Il Vietnam vuole passare da circa 20.000 a 35.000 studenti internazionali entro il 2031 e ospitare almeno due nuovi campus universitari stranieri entro il 2030. La spinta arriva dalla Risoluzione 71-NQ/TW del 22 agosto 2025, che ridisegna l'istruzione superiore del Paese. Le università italiane partecipano alla corsa, ma soltanto sul piano della ricerca bilaterale.
La strategia di Hanoi: 200 programmi TNE e PIL all'8%
Il Paese ospita oggi circa 20.000 studenti internazionali e ne vuole 35.000 nel giro di cinque anni, secondo Scott Thompson-Whiteside, pro vice-cancelliere di RMIT University Vietnam intervistato da The PIE News. Sono già operativi 200 programmi di transnational education (TNE) con atenei stranieri, prevalentemente australiani, britannici e tedeschi.
Il motore è economico. Il PIL vietnamita è cresciuto dell'8% nel 2025, secondo i dati aggiornati della Banca Mondiale sul Vietnam, e il governo di Hanoi punta a un +10% nel 2026. La spinta si traduce in priorità per scienza, tecnologia e innovazione: la Risoluzione 71-NQ/TW del Politburo, firmata il 22 agosto 2025, fissa l'obiettivo di portare otto università vietnamite nella top 200 asiatica entro il 2030 e di reclutare almeno 2.000 docenti stranieri qualificati con incentivi straordinari. Il bilancio statale destinato all'istruzione deve raggiungere il 20%, con almeno il 3% riservato all'università.
Il Regno Unito a 12.600 iscritti, l'Italia ai memorandum
Il vantaggio anglosassone è già misurabile. Oltre 70 programmi congiunti UK-Vietnam servono più di 12.600 studenti vietnamiti. Sul fronte dei campus esteri, RMIT Vietnam resta l'unico ateneo interamente straniero del Paese, con 12.000 iscritti e il 95% di cittadini vietnamiti, didattica in inglese e contratti di tirocinio con multinazionali in numero superiore agli studenti disponibili. La metà degli iscritti studia business, ma il governo chiede di spostare la pressione su STEM, con investimento sulla ricerca: l'ateneo conta già un centinaio di dottorandi in cotutela con la sede di Melbourne.
L'Italia partecipa, ma su un binario diverso. L'Ambasciata d'Italia ad Hanoi conta oltre 170 memorandum di intesa fra atenei italiani e vietnamiti firmati dal 1992 ad oggi, con un Protocollo esecutivo 2024-2026 che finanzia sei progetti su clima, gestione delle acque, osservazione della Terra e agricoltura intelligente. Manca però un campus, manca un joint programme paragonabile per scala ai 70 corsi britannici o ai 200 partenariati complessivi. La cooperazione è ricerca-ricerca, non delivery di studenti paganti.
Cosa cambia per gli atenei italiani
Il governo di Hanoi vuole almeno altri due campus stranieri entro il 2030 e la finestra di ingresso non è infinita: competitor britannici, australiani e tedeschi hanno già infrastrutture operative e brand spendibili sul mercato locale. La Vietnam France University (USTH), nata nei primi anni 2000 con la cooperazione francese, mostra una via percorribile: 4.000 studenti, didattica in inglese, scambi simmetrici con circa 200 studenti internazionali in entrata e altrettanti vietnamiti in uscita ogni anno. È il modello realistico per chi non vuole o non può aprire un campus interamente proprio.
Per gli atenei italiani le criticità operative sono almeno due. La prima è l'offerta in inglese, che nel sistema vietnamita pesa sempre di più: Hanoi sta facendo dell'inglese una seconda lingua di sistema e una laurea consegnata in italiano è poco competitiva. La seconda è il visto, che secondo Thompson-Whiteside resta uno scoglio per gli iscritti esteri a causa di permessi iniziali brevi e rinnovi ripetuti. Sono nodi che non si risolvono con un MoU di scambio docenti.
La prossima riunione del Comitato congiunto Italia-Vietnam su scienza e tecnologia è prevista nel 2026: sarà la sede tecnica per decidere se i 170 memorandum diventeranno programmi congiunti capaci di intercettare i 15.000 studenti che il Vietnam deve attrarre in più, o se la presenza italiana resterà confinata ai laboratori di ricerca.