* La linea italiana: no alla guerra, sì al multilateralismo * Perché l'ONU e non la NATO * Il fronte largo: da Washington a Pechino * Il nodo energetico e il ricatto iraniano * Cosa cambia per la politica di difesa italiana
La linea italiana: no alla guerra, sì al multilateralismo {#la-linea-italiana-no-alla-guerra-sì-al-multilateralismo}
Guido Crosetto lo dice senza giri di parole: l'Italia non è in guerra in Medio Oriente. Non lo è oggi, non intende esserlo domani. La posizione del Ministro della Difesa, emersa con nettezza nelle ultime ore, traccia un perimetro preciso entro cui Roma vuole muoversi nella crisi dello Stretto di Hormuz — quel corridoio d'acqua largo appena 33 chilometri da cui transita circa un quinto del petrolio mondiale.
La proposta è chiara: una missione sotto egida ONU per garantire la riapertura e la sicurezza del passaggio. Niente operazioni atlantiche a guida statunitense, niente coalizioni dei volenterosi. Il Governo italiano punta sul Palazzo di Vetro, sulla legittimità che solo una risoluzione del Consiglio di Sicurezza può conferire.
È una scelta politica prima ancora che militare. E dice molto su come Palazzo Chigi intenda posizionarsi in uno scacchiere mediorientale sempre più instabile.
Perché l'ONU e non la NATO {#perché-lonu-e-non-la-nato}
La distinzione non è accademica. Una missione NATO nello Stretto di Hormuz avrebbe un significato geopolitico radicalmente diverso da un'operazione delle Nazioni Unite: la prima verrebbe letta — da Teheran e non solo — come un'azione del blocco occidentale; la seconda, almeno nelle intenzioni, come un intervento della comunità internazionale nel suo complesso.
Crosetto ha esplicitamente escluso l'opzione atlantica. Il ragionamento, stando a quanto emerge dalle dichiarazioni del Ministro, poggia su un calcolo tanto diplomatico quanto pragmatico: per riaprire Hormuz senza innescare un'escalation serve il consenso più ampio possibile. E quel consenso, oggi, passa necessariamente per attori che della NATO non fanno parte.
C'è poi un elemento interno. L'opinione pubblica italiana resta sensibile al tema dell'intervento militare all'estero, e il Governo sa bene che la cornice istituzionale entro cui si muove una missione fa tutta la differenza — sia in Parlamento, dove il via libera alle missioni internazionali segue iter consolidati, sia nel dibattito pubblico.
Il fronte largo: da Washington a Pechino {#il-fronte-largo-da-washington-a-pechino}
L'aspetto forse più rilevante della posizione illustrata da Crosetto riguarda la composizione della coalizione favorevole all'intervento ONU. Secondo il Ministro, India, Stati Uniti, Paesi arabi e Cina sarebbero tutti d'accordo sulla necessità di un'azione multilaterale.
È un allineamento insolito. Che Pechino possa convergere su una missione di questo tipo non era affatto scontato. La Cina è il principale importatore di greggio iraniano e ha storicamente protetto Teheran al Consiglio di Sicurezza. Se davvero il consenso cinese è maturo — e il condizionale resta d'obbligo — si tratterebbe di un segnale di portata significativa, indicatore di quanto la crisi di Hormuz stia colpendo anche le catene di approvvigionamento energetico asiatiche. I rapporti tra le grandi potenze sui dossier strategici restano d'altronde in costante evoluzione, come ha mostrato anche il recente caso dell'Accordo TikTok: Trump annuncia un'intesa, ma attende l'approvazione della Cina, dove il ruolo di Pechino si è rivelato ancora una volta decisivo.
Anche il coinvolgimento dell'India — terzo importatore mondiale di petrolio e potenza navale in crescita nell'Oceano Indiano — rafforzerebbe la legittimità dell'operazione ben oltre il perimetro occidentale. Gli Stati arabi del Golfo, dal canto loro, hanno un interesse vitale e diretto nella libertà di navigazione attraverso lo Stretto.
Il nodo energetico e il ricatto iraniano {#il-nodo-energetico-e-il-ricatto-iraniano}
Le parole più dure di Crosetto sono riservate a Teheran. Il Ministro parla apertamente di ricatto da parte dell'Iran, un ricatto che — sostiene — "deve finire". La formulazione non è casuale: inquadra il blocco o la minaccia di blocco dello Stretto non come un'azione difensiva legittima, ma come un'arma di pressione economica esercitata contro la comunità internazionale.
Lo Stretto di Hormuz è, nei fatti, una delle arterie più vulnerabili del sistema energetico globale. Da quel passaggio transitano quotidianamente milioni di barili di greggio diretti in Europa, Asia e oltre. Qualsiasi restrizione al transito si traduce immediatamente in volatilità sui mercati, aumento dei costi di trasporto e pressione sui prezzi al consumo — un effetto a cascata che l'Europa, Italia compresa, conosce fin troppo bene dopo le turbolenze degli ultimi anni.
La crisi attuale, dunque, non è solo una questione di equilibri mediorientali. È un problema di sicurezza energetica che tocca direttamente le famiglie e le imprese italiane.
Cosa cambia per la politica di difesa italiana {#cosa-cambia-per-la-politica-di-difesa-italiana}
La posizione espressa da Crosetto si inserisce in un quadro più ampio di ridefinizione della politica di difesa italiana nel 2026. Roma conferma la volontà di essere presente sugli scenari internazionali, ma alle proprie condizioni: multilateralismo, copertura ONU, rifiuto dell'unilateralismo.
Non è una postura nuova nella tradizione diplomatica italiana, ma il modo in cui viene declinata sulla crisi di Hormuz ha tratti di originalità. L'Italia si propone come ponte tra blocchi diversi — un ruolo che il Paese ha cercato di giocare anche su altri tavoli, dalla cooperazione nel Mediterraneo alle relazioni culturali con il Sud America, come testimoniato dalla recente missione istituzionale di ERSAF in Argentina.
Resta da capire se questa linea reggerà alla prova dei fatti. Una risoluzione del Consiglio di Sicurezza richiede l'assenza di veti, e la diplomazia dei cinque membri permanenti è notoriamente imprevedibile. Se il fronte largo descritto da Crosetto dovesse reggere, l'Italia avrebbe contribuito a costruire un'architettura di sicurezza inedita per quella regione. Se invece i negoziati dovessero arenarsi, la pressione per soluzioni alternative — comprese quelle a trazione NATO — tornerebbe a farsi sentire.
Per ora, la direzione è tracciata. L'Italia non cede al ricatto, ma nemmeno brandisce la spada. Cerca una via terza, quella del diritto internazionale. Se sia sufficiente, lo diranno le prossime settimane.