Giuseppe Conte propone di dirottare i 13,5 miliardi destinati al Ponte sullo Stretto verso istruzione e riqualificazione professionale. Il dato OCSE che dà sostanza all'allarme: il 30,1% dei posti di lavoro italiani è ad alto rischio di automazione.
La proposta di Conte e la cifra del Ponte
All'assemblea regionale del M5S a Oristano del 31 maggio 2026, il leader Giuseppe Conte ha definito «assolutamente inutili» i 13 miliardi e mezzo stanziati per il Ponte sullo Stretto e ha proposto di destinarli a istruzione, formazione professionale e capitale umano. La cifra esatta del progetto, 13,5 miliardi di euro già coperti dalle leggi di bilancio 2024-2025, è confermata dalla delibera CIPESS del 6 agosto 2025 del Ministero delle Infrastrutture: circa 7 miliardi dal bilancio dello Stato, 1,6 dal Fondo Sviluppo e Coesione regionale, 3,9 dal FSC nazionale. Secondo Conte intelligenza artificiale e robotica «uccidono lavori tradizionali e manodopera»: si lavorerà sempre meno e «non serve più quella manodopera». La conseguenza politica, sostiene il leader M5S, è investire massicciamente per formare e riqualificare i lavoratori e fermare la fuga dei giovani all'estero.
30% dei posti italiani a rischio, ma la spesa è la metà
L'OCSE Employment Outlook 2023 fotografa il problema: il 30,1% dell'occupazione italiana ricade in mansioni ad alto rischio di automazione, oltre la media OCSE del 27%. Significa quasi un posto di lavoro su tre con oltre il 25% delle competenze sostituibili da automazione o IA generativa entro pochi anni. I settori più esposti sono trasporti, logistica, manifattura tradizionale e back-office amministrativo: la «manodopera» a cui Conte fa riferimento.
La risposta italiana è sottodimensionata. La spesa per politiche attive del lavoro vale lo 0,22% del PIL, contro lo 0,61% medio dell'Unione europea secondo il database Eurostat Labour Market Policy: circa un terzo. Gli strumenti dedicati alla riqualificazione, finanziati anche dal PNRR, valgono complessivamente poco più di 6,5 miliardi. Il Programma GOL (Garanzia Occupabilità Lavoratori) gestito da ANPAL conta 5,4 miliardi totali per 3 milioni di beneficiari attesi entro fine 2025; il Fondo Nuove Competenze 3 del Ministero del Lavoro supera 1,15 miliardi. Cifre spalmate su più anni e su milioni di persone, pari alla metà esatta del costo del Ponte sullo Stretto. La proposta di Conte ribalta l'ordine: spostare l'infrastruttura sul capitale umano e riportare la spesa italiana per la formazione dei lavoratori in linea con la media europea. La distanza in punti di PIL vale circa 7 miliardi di euro all'anno, una cifra vicina a quanto servirebbe per allineare l'Italia a Francia e Germania sulle politiche attive.
NEET, divari territoriali e spesa per l'istruzione
Il quadro per chi è già fuori dal mercato del lavoro resta fragile. I giovani 15-29 anni NEET, che non studiano né lavorano, sono circa 1,5 milioni: il 15,2% della fascia, contro l'11% medio dell'Unione europea, secondo i dati ISTAT 2024. La differenza tra Nord e Sud è marcata: 23,3% nel Mezzogiorno, 10,7% al Centro-Nord. L'Italia si conferma anche al penultimo posto in UE per quota di laureati 25-64 anni, con il 22,3% contro il 36,1% medio UE27. Anche la spesa pubblica per istruzione, secondo l'OCSE Education at a Glance 2024, resta sotto la media: 4,2% del PIL contro il 5,1% medio dei Paesi membri, con una spesa per studente di circa 11.400 dollari contro i 12.600 della media OCSE. Il gap si traduce in meno ore di formazione tecnica e percorsi STEM, e una forte disparità nell'accesso ai corsi di aggiornamento per il personale già occupato.
Sul fronte delle tutele del lavoro inclusivo il dibattito va oltre la formazione: dall'appello per un diversity manager all'INPS alle tutele per chi percepisce l'assegno di invalidità lavorando. Una visione di sistema espressa anche dal manifesto per l'economia dei servizi, che chiede equità negli appalti pubblici come pre-condizione di un mercato del lavoro sostenibile.
La decisione sul Ponte è formalmente già presa: cantieri entro fine 2025, completamento previsto per il 2032. La prossima legge di bilancio è il vero banco di prova: per colmare metà del divario con la media UE sulle politiche attive servirebbero almeno 5 miliardi aggiuntivi all'anno destinati alla formazione dei lavoratori.