La spesa pensionistica italiana vale 15,5 punti di PIL, quasi il doppio della media OCSE ferma all'8,8%. Su questo primato il governo costruisce la riforma pensioni 2027, con proposte che pesano almeno 2,6 miliardi sulla legge di Bilancio.
Le tre leve sul tavolo del governo
Il sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon spinge per un'uscita a 64 anni aperta ai lavoratori del sistema misto, con almeno 25 anni di contributi e ricalcolo interamente contributivo per tre anni di sperimentazione. Stima dichiarata: 1,5-1,6 miliardi l'anno e circa 180.000 pensionamenti aggiuntivi nel triennio.
La Lega chiede anche di congelare l'adeguamento automatico dei requisiti alla speranza di vita, scatto che da gennaio 2027 porterebbe la vecchiaia a 67 anni e un mese e l'anticipata a 42 anni e 11 mesi per gli uomini, 41 e 11 per le donne. Il solo blocco dello scatto, secondo le stime della Ragioneria, vale oltre 1,1 miliardi.
Sul tavolo c'è poi la proroga volontaria fino a 70 anni per gli autotrasportatori e il nodo delle minime, che oggi restano a 611,85 euro. Le cifre reali delle proposte del governo mostrano un impianto che somma misure a bassa platea e costi concentrati nel primo biennio, con una copertura ancora da trovare dentro una Bilancio che il governo vuole mantenere contenuta.
Perché il 15,5% del PIL è un vincolo politico
Il dato citato nei comunicati parlamentari resta quello della Ragioneria Generale dello Stato sulle tendenze del sistema pensionistico: nel 2023 l'incidenza della spesa pensionistica sul PIL è stata 15,5%, 1,5 punti sopra la Grecia (14%), 0,9 sopra la Francia (14,6%) e 2,8 punti sopra la media europea. La proiezione RGS vede la curva stabile fino al 2026, poi in risalita oltre il 17% nel 2036.
Il confronto con il resto dei Paesi avanzati è più duro: la media OCSE sulla spesa pensionistica pubblica si ferma all'8,8%. In pratica l'Italia dedica alla previdenza quasi il doppio delle risorse di un Paese OCSE medio, e lo fa mentre la curva demografica fa pressione crescente sui conti. Un confronto analogo, ricostruito nei numeri dietro la proposta Landini, indica anche che una parte della spesa militare italiana include voci previdenziali riclassificate, cosa che rende meno netta la distinzione tra welfare e difesa nei dibattiti pubblici.
Dentro questo primato europeo si muove un altro dato poco citato dai partiti: 779.303 italiani risultavano nel 2024 contemporaneamente lavoratori e titolari di una pensione diretta di vecchiaia o anzianità, il 2,9% dei lavoratori. Sono concentrati tra autonomi, liberi professionisti e parasubordinati, mentre i dipendenti sono appena l'1% del gruppo. Due terzi di loro restano al lavoro per scelta, il resto per necessità economica, in un Paese dove l'età media effettiva di uscita si è fermata a 64,8 anni.
Cosa cambia davvero da gennaio 2027
Se la Bilancio non interviene, scatta l'adeguamento alla speranza di vita e i requisiti si alzano in automatico. Vecchiaia a 67 anni e un mese, anticipata a 42 anni e 11 mesi di contributi per gli uomini e 41 anni e 11 mesi per le donne. Chi è vicino alla finestra deve fare i conti su mesi, non su anni.
Per chi ha già l'assegno e vuole continuare a lavorare, come segnalato nel XXV Rapporto annuale INPS, nove nuovi pensionati su dieci restano con lo stesso datore. Il canale è formalmente aperto, ma pretende una comunicazione all'INPS: chi non la fa rischia di dover restituire tutti gli assegni percepiti.
La regola si inasprisce nella Pubblica Amministrazione, dove il cumulo con nuovo lavoro è bloccato dopo il primo cedolino. Chi deve totalizzare contributi da più fondi non vede scattare la pensione in automatico: serve una domanda specifica, e questo passaggio costa spesso mesi di assegni mancati. Il tema del gap tra ultimo stipendio e primo rateo, visibile anche nelle pensioni della Guardia di Finanza, resta la variabile che pesa più delle proposte politiche in discussione.