Un cittadino che si rivolge al patronato per la domanda di pensione e riceve indicazioni sbagliate ha diritto al risarcimento integrale del danno. La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 27330 depositata il 20 ottobre 2026, lo ha confermato per l'ennesima volta in otto anni: la responsabilità è contrattuale, l'onere della prova sulla diligenza grava sul patronato, non sull'assistito.
La sentenza 27330/2026 e il principio della responsabilità contrattuale
Il caso esaminato riguarda una consulenza previdenziale non corretta accompagnata da un prospetto privo di efficacia certificativa: le informazioni ricevute hanno causato un ritardo nell'accesso alla pensione. Per la Suprema Corte vale il principio consolidato dell'articolo 1176 del codice civile, la diligenza del buon padre di famiglia, che per i soggetti professionali diventa particolarmente rigorosa quando si tratta di diritti previdenziali e assistenziali.
La Legge 30 marzo 2001 n. 152 sugli istituti di patronato non specifica esplicitamente la responsabilità per errori, ma la giurisprudenza l'ha ricostruita in via contrattuale fin dalla sentenza n. 1911 del 1973: il mandato gestito dal patronato è responsabilizzante anche quando gratuito, perché l'ente riceve finanziamento pubblico proprio per svolgere una funzione di raccordo con l'INPS. La valutazione della diligenza, chiarisce la Corte, deve essere parametrata alla natura dell'attività esercitata: non conta la gratuità dell'incarico, conta il peso dei diritti in gioco.
Le cifre dei risarcimenti dal 2018 a oggi
Le pronunce degli ultimi otto anni restituiscono un quadro economico concreto. L'ordinanza n. 21407 del 30 agosto 2018 ha confermato un risarcimento di 42.747,45 euro, oltre interessi, a favore di un dipendente che si era dimesso confidando nelle indicazioni errate del patronato sui requisiti pensionistici. L'ordinanza n. 34475 dell'11 dicembre 2023 ha riguardato un lavoratore che lamentava il mancato pagamento di 27 mensilità di pensione per l'omessa indicazione dell'opzione di totalizzazione dei contributi: la Cassazione ha annullato il rigetto in appello e rimesso la causa a un nuovo esame. In quel caso il patronato aveva inoltrato la richiesta senza controllare la posizione previdenziale complessiva, perdendo i contributi versati in gestioni diverse.
Il contesto numerico è rilevante: secondo il Rendiconto sociale INPS 2025, nel 2025 l'Istituto ha liquidato 834.658 pensioni previdenziali, circa 27 mila in meno rispetto al 2024. Una platea in cui ogni errore procedurale può tradursi in migliaia di euro persi dall'assistito. Il quadro giurisprudenziale è in rapida evoluzione, come ricorda anche il recente orientamento sulla cancellazione dei contributi INPS sugli utili a riserva per i soci di Srl che sta ridisegnando il perimetro contributivo e aumenta l'esposizione dei patronati a nuove ipotesi di errore interpretativo.
Come dimostrare l'errore per ottenere il risarcimento
L'assistito deve provare tre elementi: l'inadempimento del patronato, il danno economico subito e il nesso di causalità tra condotta negligente e pregiudizio. Se, eliminando in astratto l'errore, il danno si sarebbe comunque verificato, non c'è responsabilità. Nella pratica servono il mandato di incarico, i prospetti previdenziali consegnati dal patronato, il conteggio contributivo effettuato e ogni comunicazione scritta ricevuta. Senza carta, la ricostruzione in tribunale diventa quasi impossibile e il giudice tende a riconoscere la buona fede del professionista.
La difesa del patronato, dal canto suo, deve dimostrare che l'errore dipende da cause esterne alla sua sfera di controllo o che ha agito con la diligenza richiesta. Un ribaltamento dell'onere della prova rispetto alla responsabilità extracontrattuale, con riflessi concreti anche sulle scelte di uscita dal lavoro: chi valuta misure come l'APE sociale 2026 con scadenza al 30 novembre ha ora un ulteriore paracadute se l'assistenza ricevuta si rivela carente. Lo stesso vale per chi deve decidere tra totalizzazione e cumulo contributivo, due opzioni spesso confuse e all'origine della maggior parte dei contenziosi.
La direzione tracciata dalla Cassazione è chiara: il principio di diligenza professionale si applica senza sconti, perché i patronati gestiscono interessi previdenziali che toccano la sopravvivenza economica dei pensionati. Un errore nella pratica non resta a carico del cittadino, purché la documentazione dell'incarico sia stata conservata e il nesso con il danno sia dimostrabile.