Il tasso NEET italiano scende al 13,3% nel 2025, il calo più marcato dell'Unione europea (12,4 punti in meno dal 2015, dati Eurostat). Dietro il record di riduzione l'indagine INAPP pubblicata a giugno 2026 racconta però una realtà lontana dallo stereotipo del giovane apatico. Sei ragazzi su dieci un lavoro lo stanno cercando davvero, e la vera anomalia italiana è cosa succede dopo che non lo trovano.
Sei giovani inattivi su dieci vogliono lavorare
Nell'indagine INAPP condotta su 1.548 giovani inattivi tra i 15 e i 34 anni, il 60,4% è attivamente in cerca di lavoro. Un altro 28,8% si dichiara disponibile ma non cerca in modo strutturato, mentre solo il 10,8% risulta davvero distante dal mercato. Il 67,2% è inattivo da meno di un anno: per la maggioranza è una fase di transizione, non una scelta di rifiuto. Se sei giovani su dieci sono attivi, il problema si sposta dal lato dell'offerta a quello della domanda. La qualità dei primi impieghi diventa la variabile decisiva: contratti brevi, mansioni degradanti, retribuzioni sotto la soglia di dignità producono l'effetto che l'analisi sul lavoro tossico che cambia le priorità generazionali ha già documentato. Il dato INAPP conferma il legame tra bad jobs e allontanamento dal mercato: chi ha attraversato lavori intermittenti o non stabilizzanti ha una probabilità più alta di restare fuori oltre l'anno. Il problema non è tanto non aver mai lavorato, quanto aver alternato impieghi occasionali incapaci di trasformarsi in una traiettoria di autonomia economica.
Il 13,3% medio nasconde due Italie
Il dato aggregato copre territori incompatibili. Nel quarto trimestre 2023 il tasso di inattività giovanile al Mezzogiorno era del 24,1% contro il 10% del Nord. In Calabria (26,2%), Sicilia (25,7%), Campania (24,9%) e Puglia (21,4%) i valori 2024 superano il doppio della media UE. Complessivamente l'Italia resta seconda in Unione europea per incidenza di giovani senza lavoro né studio, dopo la Romania (19,2%) e sopra Bulgaria (13,8%) e Grecia (13,6%), a fronte di una media Ue dell'11%. Il Sud da solo pesa nell'aggregato nazionale quanto un intero paese balcanico. Il tema è tornato al centro del dibattito politico durante gli Stati generali del welfare di Noi Moderati con la ministra Calderone, che ha indicato nella stabilità del rapporto di lavoro giovanile una priorità di legislatura.
La famiglia ammortizzatore e i 2,4 milioni di adulti fuori radar
Il 28,8% degli intervistati INAPP indica la famiglia come unica fonte di reddito, il 39% dichiara di non avere alcuna entrata. L'Istituto scrive che il sostegno familiare può diventare un fattore di invisibilità e permanenza: allevia l'urgenza economica ma nasconde il rischio di transizioni bloccate. La ricerca '(Im)perfetti sconosciuti' dell'Università Cattolica, coordinata da Laura Zanfrini, allarga il campo oltre l'età giovanile e identifica cinque profili tra cui i caregivers al maschile, che assumono a tempo pieno il ruolo di cura tradizionalmente assegnato alle donne. Nel totale la ricerca conta 2,4 milioni di uomini adulti tra i 25 e i 64 anni fuori dal mercato del lavoro, di cui circa 600mila nella fascia 25-34 anni. Un bacino di persone che escono dal radar delle politiche perché non rientrano nelle categorie ufficiali, ma che la letteratura su dimissioni record e inattività italiana descrive come uno degli effetti collaterali di un mercato che espelle e non riassorbe con la stessa velocità.
I dati INAPP nell'indagine nazionale 2025 sui giovani inattivi e l'analisi della Cattolica spostano l'obiettivo delle politiche: non serve stanare gli apatici con obblighi formativi, ma offrire contratti stabili al Sud, servizi di cura per i caregivers e presa in carico personalizzata dei percorsi individuali. Il calo europeo dell'inattività giovanile certificato da Eurostat premia solo chi ha smesso di trattare la questione come un aggregato statistico e ha iniziato a leggerne le storie individuali.