A Welfair 2026, la fiera della sanità in corso a Roma, i numeri hanno descritto uno scollamento preciso: la spesa italiana per la sanità digitale è salita a 2,7 miliardi di euro nel 2025 (+9%), gli investimenti dedicati a intelligenza artificiale e analytics sono quasi raddoppiati in tre anni (da 121 a 228 milioni, +90%), ma solo il 2% dei medici specialisti ha competenze buone o ottime sull'IA.
I numeri del paradosso formativo
Il dato arriva dall'ultima rilevazione dell'Osservatorio Sanità Digitale del Politecnico di Milano: tra i medici specialisti il 61% dichiara di usare già strumenti di IA generativa, ma meno di un terzo ha seguito un percorso di formazione dedicato. Il 32% riconosce il rischio di 'allucinazioni' dei modelli linguistici, il 17% sa individuare contenuti manipolati, e solo il 49% è consapevole della responsabilità professionale su ciò che l'IA produce.
La diffusione va avanti senza presidi aziendali: il 34% dei medici specialisti usa piattaforme generaliste non pensate per la clinica, con tutte le conseguenze del caso in termini di privacy del paziente e tracciabilità delle decisioni. Nel frattempo il 73% dei direttori generali segnala che la preparazione digitale del personale è insufficiente, in strutture dove le soluzioni di IA diagnostica validate sono presenti solo nell'11% dei casi.
L'obbligo che arriva: cosa cambia dal 23 ottobre
Proprio una settimana dopo i dati di Welfair, il 23 ottobre 2026 entra in vigore il Decreto legislativo 7 ottobre 2026 n.179, che adegua l'Italia al Regolamento UE 2024/1689 sull'intelligenza artificiale. Per i sanitari il testo introduce un obbligo preciso: una quota del fabbisogno formativo triennale dell'ECM dovrà essere dedicata all'IA, con contenuti tecnici, giuridici e deontologici, inclusi funzionamento dei sistemi, responsabilità professionale e obblighi di informativa al paziente.
La norma è però monca sul piano operativo. Il numero di crediti riservati all'IA non è ancora fissato: va definito con un accordo in Conferenza Stato-Regioni entro sei mesi, cioè entro il 23 aprile 2027. Lo stesso termine vale per Agenas, chiamata a identificare i programmi di alfabetizzazione IA per la formazione manageriale della dirigenza sanitaria. I corsi ECM già accreditati sul tema sono oltre cinquecento, offerti da centinaia di provider: un'offerta ampia ma scollegata da un fabbisogno misurabile e da indicatori di esito.
L'impatto su facoltà di medicina e formazione continua
Il nodo si sposta sulle università. L'IA in medicina resta un insegnamento a macchia di leopardo: Bologna offre nel 2025/2026 un corso 'Basic of Artificial Intelligence and Application in Medicine' dentro il ciclo unico di Medicina e Chirurgia, Torino ha attivato una laurea magistrale 'Artificial Intelligence for Biomedicine and Healthcare', ma non esiste un obbligo nazionale di inserire l'IA nel curriculum di base dei futuri medici. Il risultato è un sistema che chiede ai professionisti già in corsia di aggiornarsi, mentre chi entra oggi in facoltà rischia di laurearsi senza una formazione strutturata su strumenti che userà quotidianamente in reparto.
È lo stesso schema di disallineamento tra competenze richieste e competenze offerte che tocca altri comparti del mercato del lavoro italiano: lo abbiamo visto nel paradosso dei laureati italiani che emigrano, mentre il saldo migratorio dei professionisti resta negativo nonostante la crescita dei rimpatriati, e nel riconoscimento tardivo del disagio psichico, visibile anche nei dati sulla salute mentale al lavoro in Italia.
Nei prossimi mesi la partita si gioca su due tavoli paralleli: quello dell'ECM, dove serve un numero di crediti vincolante prima che l'obbligo diventi una formalità amministrativa, e quello delle università, dove senza un intervento sui descrittori di laurea in Medicina il 2% di oggi rischia di muoversi di poco anche fra tre anni. La domanda che il decreto non chiude è operativa: chi forma davvero i formatori.