Acciaierie d'Italia ha chiesto di portare la cassa integrazione straordinaria a 8.622 lavoratori su un organico complessivo di 9.626 unità: quasi nove dipendenti su dieci. La finestra è lunga, dall'autorizzazione ministeriale fino al 28 febbraio 2027, salvo rinnovi. In produzione effettiva resterebbero solo 1.004 persone, destinate alla guardiania degli asset e alla manutenzione minima.
I numeri sito per sito: Cornigliano e Novi sopra il 94%
La richiesta trasmessa ai sindacati nazionali dai commissari straordinari Quaranta, Fiori e Tabarelli disaggrega i dati per stabilimento. A Taranto si arriverebbe a 6.964 lavoratori in cassa integrazione su 7.875, pari all'88,4%. A Cornigliano (Genova) la quota salirebbe a 870 su 917 (94,9%). A Novi Ligure si toccherebbero 515 su 542 (95%). Numeri che hanno innescato l'occupazione dell'aeroporto Cristoforo Colombo il 19 ottobre e il successivo congelamento della sola quota ligure a 280 unità, come prevedeva il decreto di giugno.
Il salto di 4.172 posizioni rispetto alle 4.450 attuali non è legato a un collasso della domanda di acciaio, ma all'incompatibilità dichiarata dall'azienda con la fermata dell'area a caldo imposta dalla Corte d'Appello di Milano. La Cassazione si è riservata la decisione dopo l'udienza del 20 ottobre, con verdetto atteso entro il 25 ottobre e scadenza esecutiva fissata al 28 ottobre.
Che cosa resta davvero in marcia: un solo altoforno in preriscaldo
L'ipotesi di una ripartenza a pieno regime, anche se la Cassazione annullasse lo stop, resta remota. L'altoforno 2 è l'unico ancora attivo e oggi è in modalità preriscaldo: non produce ghisa ma mantiene la temperatura per una ripartenza. Il più grande Afo4, batterie e cokerie sono fermi da dicembre 2025. La capacità effettiva si attesta su poco meno di 2 milioni di tonnellate l'anno, contro i circa 20 milioni di produzione nazionale.
Il dato industriale rende meno retorico il perimetro della cassa: con un solo forno acceso, 1.004 dipendenti bastano a tenere in piedi la cornice. È il motivo per cui la trattativa sindacale si è spostata dalla difesa dei posti al perimetro degli ammortizzatori e, soprattutto, alle uscite anticipate. Resta aperta la tregua di settembre sui 2.500 licenziamenti a Taranto, che aveva congelato una prima ondata di esuberi.
Lavori usuranti e indotto: la partita vera è nella legge di bilancio
Il decreto-legge 16 ottobre 2026 n. 185, in vigore dal 17 ottobre, riconosce un'integrazione al reddito ai dipendenti dell'indotto in monocommittenza con Acciaierie d'Italia e Adi Servizi Marittimi fino al 30 giugno 2027, con un plafond di 27,3 milioni per il 2026 e 56,1 milioni per il 2027. Prevede inoltre esoneri contributivi per chi assume lavoratori ex Ilva a tempo indeterminato fra il 1° novembre 2026 e il 31 dicembre 2027. Il testo integrale è pubblicato su Normattiva - DL 185/2026 misure urgenti ex Ilva.
I prepensionamenti per lavori usuranti, che restano la richiesta più sentita da Fim, Fiom, Uilm e Usb, non sono invece nel decreto: il Ministero del Lavoro li ha rinviati alla Legge di bilancio 2027. È il tema su cui la linea pugliese spinge per una deroga esplicita alla Fornero, come già ricostruito nel nostro approfondimento sui prepensionamenti ex Ilva e la richiesta pugliese che sfida la Fornero. La partita si incrocia con quella, parallela, della giurisprudenza contributiva: sullo stesso perimetro del lavoro, la Cassazione ha appena ridefinito gli obblighi INPS per i soci di Srl, come raccontato nell'analisi sulla sentenza che cancella i contributi sugli utili a riserva.
I sindacati chiedono inoltre di estendere gli ammortizzatori ai lavoratori dell'indotto non in monocommittenza, con un fatturato dipendente da Acciaierie d'Italia superiore al 50%. È il perimetro delle 2.500-4.500 uscite stimate dalle associazioni d'impresa, per le quali si valuta una cassa in deroga di almeno cinque mesi. Un capitolo che il DL 185 non copre e che pesa sul tavolo del 27 ottobre quanto la decisione dei giudici.
Tre date, quindi, stringono la settimana: 25 ottobre per la Cassazione, 27 ottobre per il vertice a Palazzo Chigi, 28 ottobre per la scadenza esecutiva dell'ordine di spegnimento. Il perimetro della cassa a febbraio 2027 è già scritto nella richiesta aziendale: il tavolo politico deciderà solo quante delle 8.622 uscite diventeranno temporanee e quante definitive.