L'Italia ha registrato il calo NEET più forte dell'Unione europea: dal 25,7% del 2015 al 13,3% del 2025, secondo Statistiche Eurostat sui giovani NEET. Un miglioramento di 12,4 punti percentuali in dieci anni, davanti a Grecia e Croazia. Ma il dato aggregato copre una faglia territoriale e di genere che si è allargata, non ridotta: nel Mezzogiorno il 44,8% delle donne tra 30 e 34 anni resta fuori da studio, lavoro e formazione.
Il calo che ci porta a un passo dalla media UE
I giovani NEET tra i 15 e i 34 anni in Italia sono 1,87 milioni, contro i 3 milioni del 2018. Restano il 15,6% della fascia. Se si guarda alla misura Eurostat sui 15-29 anni, l'Italia è al 13,3%, contro l'11% della media europea. Restiamo sopra la media, ma il divario si è chiuso di due terzi in dieci anni. Il gap con le economie più performanti resta pesante: Paesi Bassi 5,3%, Svezia 5,9%, Slovenia 7,6%. Tra i grandi paesi UE ci battono in negativo solo Romania (19,2%), Bulgaria (13,8%) e Grecia (13,6%). Il costo del fenomeno è stato stimato in circa 25 miliardi l'anno, l'1,23% del PIL. Su questa base è utile leggere anche l'aggiornamento sul tasso NEET al 13,3% e la voglia di lavoro dei giovani.
Nel Mezzogiorno il gender gap è esploso
Il miglioramento nazionale svanisce appena si scava sotto la crosta del Sud. Nel Mezzogiorno l'incidenza dei giovani fuori da studio e lavoro tra i 15 e i 34 anni supera il 22%, quasi il triplo del Nord-Est (8,3%). E cresce ancora se si scompone per età e genere: tra i 30 e i 34 anni le donne del Sud e delle Isole in condizione NEET sono il 44,8%, contro il 26,3% degli uomini della stessa fascia. Un divario di 18,5 punti che nel dato nazionale (19,1% donne vs 12,3% uomini) non si vede. Il motore del gap è la genitorialità: le madri in coppia hanno un tasso NEET del 49,4%, contro l'8,3% dei padri. Nella fascia 20-24 anni il tasso delle madri in coppia sale al 78,2%. Anche le laureate non si salvano: 12,5% NEET contro l'8,1% dei coetanei maschi con lo stesso titolo. I numeri arrivano dal rapporto Dedalo elaborato da Fondazione Gi Group con l'Osservatorio Giovani dell'Istituto Toniolo su microdati Rilevazione ISTAT Forze di lavoro 2025. Sono i profili che il titolo di successo, «giovani NEET in calo», non racconta.
Perché il calo non diventa ancora convergenza
Il calo italiano è stato trainato dagli incentivi per assunzioni a tempo indeterminato e da un mercato del lavoro che, dopo la pandemia, ha assorbito più giovani. Ma i profili che restano fuori sono i più difficili da agganciare: donne del Sud, madri, laureate senza offerte adeguate, immigrate (il tasso sulle donne straniere del Mezzogiorno tocca il 52,1%). Portare al lavoro donne con figli piccoli richiede politiche che vanno oltre il credito d'imposta: asili nido pubblici (l'obiettivo europeo del 33% di copertura per gli under 3 è raggiunto solo in poche regioni del Centro-Nord), congedi paritari, opportunità stabili nel territorio di residenza. E richiede anche di guardare alla qualità del lavoro offerto: il tema del benessere organizzativo e prevenzione dello stress da lavoro pesa quanto la disponibilità del posto, soprattutto per chi entra al primo impiego dopo una lunga inattività. Sul versante delle tutele, resta anche aperto il capitolo del riconoscimento dello straining e delle condotte vessatorie sul lavoro, elemento che scoraggia il rientro dopo esperienze negative.
Senza questi tasselli il record italiano di riduzione si fermerà su un pavimento fatto di circa 700.000 adulti tra 30 e 35 anni ancora fuori, un nocciolo duro che rischia di restare stabile mentre il resto del paese converge. La partita ora si sposta dalle aziende alle infrastrutture di welfare che rendono possibile, o impossibile, lavorare al Sud avendo figli.