Il 77,3% degli italiani controlla email o messaggi di lavoro fuori dall'orario, e il 43,5% lo fa spesso o sempre. Il dato arriva dall'indagine Eurispes sulle tecnologie digitali e la salute mentale, pubblicata il 1° settembre 2026, e mostra un fenomeno strutturale: il tempo di lavoro non finisce più quando si spegne il computer d'ufficio.
I numeri del tecnostress: sei italiani su dieci non riescono a staccare
L'indagine Eurispes fotografa un uso intensivo delle tecnologie professionali: il 48,2% degli intervistati svolge un'attività che richiede sempre dispositivi e applicazioni digitali. Il carico non è solo quantitativo. Il 37,6% si sente appesantito dal numero di strumenti e piattaforme da usare, il 36,7% fatica a stare al passo con aggiornamenti e nuovi software, il 39,3% si dichiara mentalmente affaticato dall'uso costante delle tecnologie.
La reperibilità è diventata la regola. Il 75,2% risponde a comunicazioni di lavoro durante il tempo libero, il 68,1% anche in ferie (il 34,7% spesso o sempre), il 71,1% si sente obbligato a rispondere immediatamente. Nei sei mesi precedenti la rilevazione, il 68,6% degli italiani ha avuto almeno qualche volta sintomi come mal di testa, stanchezza oculare o ansia legati alle tecnologie professionali; per il 33,8% questi sintomi sono ricorrenti.
La legge italiana sulla disconnessione esiste dal 2017. Ma senza sanzioni
Il diritto alla disconnessione in Italia è scritto nell'articolo 19 della legge 22 maggio 2017 n. 81 sul lavoro agile. La norma impone che l'accordo individuale di smart working preveda le misure tecniche e organizzative per garantire al lavoratore la disconnessione dagli strumenti tecnologici. Il testo però non riconosce un diritto autonomo azionabile e non prevede sanzioni per il datore che non lo rispetta: la regolamentazione concreta viene rimessa alla contrattazione tra le parti.
Il confronto europeo mostra la distanza. In Francia, l'articolo 55 della Loi Travail 2016-1088, in vigore dal 1° gennaio 2017, obbliga le aziende con più di 50 dipendenti a negoziare con i sindacati modalità precise di disconnessione dopo l'orario. Il Portogallo ha alzato ulteriormente l'asticella con la legge 83/2021: il datore che invia email, telefonate o messaggi fuori dall'orario di lavoro commette un illecito amministrativo punito con sanzioni pecuniarie da 612 a 9.690 euro. In Italia, quando il 77,3% controlla email fuori orario, non c'è alcun contraltare economico per l'azienda.
Quando la reperibilità diventa malattia professionale
Il tecnostress è già entrato negli strumenti di prevenzione. Nell'aprile 2025 INAIL ha aggiornato la metodologia di valutazione del rischio stress lavoro-correlato con un modulo integrativo dedicato allo smart working e all'uso intensivo di piattaforme digitali. Il datore di lavoro ha l'obbligo, previsto dal d.lgs. 81/2008, di valutare e gestire questo rischio come qualsiasi altro.
In sede giudiziaria, chi riesce a documentare un danno alla salute connesso al sovraccarico digitale può ottenere il riconoscimento della malattia professionale: nel sistema previdenziale è sufficiente che il rischio lavorativo sia una concausa, spetta all'INAIL provare il contrario. Come già emerso in altri filoni di contenzioso lavoristico, la strada del riconoscimento sanitario resta però spesso più lunga di quella civilistica: la sentenza sullo straining vale più della malattia INAIL proprio perché consente il risarcimento senza attendere la certificazione del nesso di causalità.
Cosa può cambiare, e cosa serve
Il quadro Eurispes non è omogeneo: il 59,6% degli intervistati dichiara di riuscire a separare tempo lavorativo e personale, segno che chi ha una contrattazione aziendale chiara sulla disconnessione ci arriva. Il gap resta però ampio, e la digitalizzazione avanza ovunque: anche in settori tradizionalmente meno esposti, come mostra il fatto che ormai in agricoltura il digitale è arrivato al 67% delle aziende. Senza una norma che dia peso economico alla disconnessione, il rischio è che il tecnostress diventi il primo problema di salute del lavoro italiano senza mai passare dal medico competente.