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Confcommercio, in 13 anni -290.000 italiani e +134.000 stranieri

In 13 anni -290.000 negozi italiani, +134.000 stranieri: il saldo Confcommercio resta -156.000. I numeri della sostituzione.

In tredici anni i negozi chiusi a titolarita' italiana sono 290.000, mentre quelli a titolarita' straniera aperti sono 134.000. Il saldo Confcommercio resta -156.000 esercizi, ma il tessuto reale e' cambiato molto piu' di quanto dica la cifra finale.

Il dato Confcommercio: una desertificazione che accelera

Il rapporto Citta' e demografia d'impresa di Confcommercio, presentato il 12 marzo 2026 e basato su 122 comuni italiani, fotografa il periodo 2012-2025. Spariscono 156.000 esercizi tra commercio al dettaglio e ambulante, oltre un quarto del totale. Il ritmo non e' lineare: il tasso annuo di chiusura nel 2025 sale al 3,1%, contro il 2,2% delle rilevazioni precedenti.

La geografia premia il Sud. Le citta' piu' colpite sono Agrigento (-37,5%), Ancona (-35,9%), Belluno (-35,8%), Pesaro e Vercelli (-34,9%), Trieste (-34,1%). Sul fronte opposto Crotone limita le chiusure a -1,8% e Olbia a -10,1%: il divario tra il comune piu' resiliente e quello piu' colpito sfiora 36 punti percentuali. A livello di settori cedono edicole (-51,9%), carburanti (-42,5%), abbigliamento (-36,9%), mobili (-35,9%), libri e giocattoli (-32,6%), mentre crescono ristoranti (+35%), affitti brevi (+184,4%) e gelaterie (+14,4%).

Cosa nasconde il saldo netto: la sostituzione che i totali non raccontano

Il numero pubblicato e' il netto, ma il lordo racconta un'altra storia. Le imprese commerciali italiane chiuse nei tredici anni sono 290.000; nello stesso periodo le imprese a titolarita' straniera sono cresciute di 134.000 unita'. Sottrarre i due numeri da' -156.000, ma sommarli porta a oltre 420.000 attivita' che cambiano mani.

Le imprese estere hanno prodotto 194.000 occupati: piu' di un posto di lavoro per ogni nuova attivita' aperta. Quel saldo non e' quindi solo desertificazione, e' ricomposizione: chi chiude e chi apre non sono lo stesso soggetto economico e spesso non vendono le stesse cose. L'altro vettore e' l'e-commerce, che tra 2015 e 2025 cresce del 98,4%, passando da 31 a 62 miliardi di euro, e pesa per l'11% sui beni acquistati e per il 18% sui servizi.

La somma di queste forze spiega perche' edicole e abbigliamento collassano mentre ristorazione e ospitalita' breve si moltiplicano: il consumo si sposta dall'acquisto al servizio, e l'imprenditoria che intercetta lo spostamento e' in larga misura nuova. La nuova economia dei servizi nel manifesto Confservizi richiede competenze diverse dal commercio tradizionale, dalla gestione delle piattaforme di prenotazione alla logistica last mile.

Quartieri svuotati e nuove competenze: cosa cambia per chi vive le citta'

Per i residenti il cambiamento e' visibile a livello di quartiere. Confcommercio segnala il rischio «deserti» nelle zone non turistiche, con vetrine chiuse per anni e una rete di prossimita' che si assottiglia per gli anziani. Sul piano del lavoro l'occupazione complessiva non scompare, ma la traslazione verso ristorazione e affitti brevi genera profili professionali diversi e spesso piu' precari. Chi prima vendeva libri o vestiti oggi gestisce check-in di un appartamento o coordina rider, attivita' che richiedono competenze digitali minime ma costanti.

Il commercio fisico che sopravvive e' quello in grado di offrire un servizio che l'online non replica: pasticcerie, farmacie (+9,8%) e telefonia (+7,9%) crescono perche' la consegna a domicilio o l'esperienza in negozio sono parte del valore. Per chi gestisce un'attivita' il dato implica un riposizionamento: non basta piu' la vendita, serve un servizio digitale o esperienziale che giustifichi l'apertura al pubblico. Le competenze digitali sono diventate piu' richieste della laurea sul mercato del lavoro, e il commercio non fa eccezione.

La transizione interroga anche la formazione. Strumenti come l'acquisizione di EntryLevel da parte di Hex per l'occupabilita' mostrano che il mercato si sta gia' muovendo per riallineare competenze e domanda. Il prossimo passo per amministrazioni e categorie e' gestire la transizione: rigenerazione urbana e politiche di sostegno alle competenze possono ridurre il divario tra i quartieri che si svuotano e quelli che vengono riconvertiti.

Pubblicato il: 4 giugno 2026 alle ore 10:02