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Università, crollano Giurisprudenza e Architettura: i dati sulle nuove scelte dei giovani italiani

Calano le iscrizioni a Giurisprudenza e Architettura, cresce l'interesse per filosofia e discipline umanistiche. I dati AlmaLaurea e il Rapporto Cassa Forense 2025 fotografano un cambio di rotta generazionale.

Sommario

* Il mito delle professioni sicure non regge più * I numeri del cambiamento: cosa dicono i dati AlmaLaurea * Avvocati sempre meno e sempre più anziani: il Rapporto Cassa Forense 2025 * Perché le professioni tradizionali hanno perso fascino * Non una fuga, ma una ridefinizione delle priorità * Scegliere oggi: quando formazione e mercato non parlano la stessa lingua

Il mito delle professioni sicure non regge più

Per decenni, in milioni di famiglie italiane, la scena si ripeteva identica. La cena della domenica, il figlio o la figlia al quinto anno di liceo, e la domanda che arrivava puntuale come il caffè: "Ma tu cosa vuoi fare all'università?". Le risposte considerate accettabili erano poche. Giurisprudenza, Ingegneria, Architettura, Medicina. Professioni con un nome solido, uno studio avviato da ereditare, un titolo da esibire sulla targa accanto al portone. L'avvocato, l'ingegnere, l'architetto: figure che incarnavano stabilità economica e rispettabilità sociale, quasi indipendentemente dalla vocazione reale di chi le sceglieva. Quel modello, costruito nel secondo dopoguerra e consolidato nei decenni del boom, ha funzionato a lungo come bussola orientativa per intere generazioni. Ha prodotto eccellenze, certo, ma anche eserciti di professionisti frustrati, schiacciati tra aspettative familiari e un mercato che nel frattempo cambiava pelle. Oggi quella bussola sembra girare a vuoto. I dati più recenti raccontano un'inversione di tendenza che non è episodica, né marginale. È strutturale. E costringe tutti, dalle università alle famiglie, a fare i conti con una domanda scomoda: e se quelle professioni "sicure" non lo fossero mai state davvero?

I numeri del cambiamento: cosa dicono i dati AlmaLaurea

I numeri, quando sono abbastanza grandi, smettono di essere statistiche e diventano racconto. Quelli forniti da AlmaLaurea negli ultimi rapporti sul profilo dei laureati italiani tracciano una curva inequivocabile. Le iscrizioni a Giurisprudenza hanno subito un calo che supera il 40% rispetto ai primi anni Duemila. Architettura registra una contrazione analoga, con atenei che faticano a riempire le aule dei corsi magistrali. Non si tratta di oscillazioni fisiologiche. È un trend ventennale, costante, che nessuna riforma ordinamentale è riuscita a invertire. Parallelamente, emergono segnali che sarebbero parsi impensabili vent'anni fa: la filosofia registra un rinnovato interesse, con corsi di laurea che vedono crescere le domande di ammissione. Lo studio umanistico, a lungo liquidato come scelta "debole" dal punto di vista occupazionale, attrae studenti che lo preferiscono consapevolmente a percorsi ritenuti più spendibili. Attenzione, però, a non leggere questi dati come un semplice travaso. Non è che i ragazzi che avrebbero scelto legge ora scelgono filosofia. Il fenomeno è più complesso: si sta ridisegnando l'intera gerarchia di valore con cui una generazione guarda al proprio futuro professionale, e le vecchie categorie di "utile" e "inutile" applicate ai percorsi di studio non funzionano più.

Avvocati sempre meno e sempre più anziani: il Rapporto Cassa Forense 2025

Se i dati universitari fotografano l'ingresso del tunnel, il Rapporto 2025 della Cassa Forense ne illumina l'uscita, e il panorama non è rassicurante. La categoria degli avvocati italiani sta invecchiando a ritmo sostenuto. L'età media degli iscritti continua a salire, mentre il numero di nuove iscrizioni alla Cassa diminuisce anno dopo anno. Significa, in termini concreti, che sempre meno giovani completano il percorso che porta dall'università all'abilitazione fino all'esercizio effettivo della professione. Chi arriva in fondo, spesso si trova davanti a un mercato saturo e a compensi che, soprattutto nei primi anni, non giustificano il lungo investimento formativo. Il Rapporto evidenzia anche un altro dato significativo: la difficoltà nella conciliazione tra vita professionale e vita privata rappresenta una delle criticità più sentite, in particolare tra le avvocate donne sotto i quarant'anni. Orari imprevedibili, udienze che si accavallano, la pressione costante dei termini processuali. Elementi che un tempo venivano accettati come prezzo inevitabile del prestigio professionale, e che oggi pesano diversamente nella bilancia delle scelte. La professione forense, insomma, non sta solo perdendo iscritti. Sta perdendo la capacità di raccontarsi come un approdo desiderabile.

Perché le professioni tradizionali hanno perso fascino

La crisi di attrattività non riguarda solo l'avvocatura. È un fenomeno trasversale che investe l'intero comparto delle professioni ordinistiche tradizionali. Le ragioni sono molteplici e si intrecciano. La prima è economica: i redditi medi dei giovani professionisti si sono compressi significativamente negli ultimi quindici anni, mentre i costi di avviamento, tra affitto di studi, assicurazioni professionali e formazione continua obbligatoria, sono aumentati. Il rapporto tra investimento e ritorno si è deteriorato. La seconda ragione è culturale. Il concetto stesso di "lavoro sicuro" si è trasformato. Per le generazioni precedenti significava un'attività da svolgere per tutta la vita, possibilmente nello stesso luogo, con un reddito crescente. Per chi ha vent'anni oggi, sicurezza significa altro: flessibilità, possibilità di cambiare direzione, assenza di vincoli rigidi. La terza ragione è strutturale: il mercato del lavoro si è frammentato in modi che le professioni tradizionali faticano ad assorbire. Nuove figure professionali, spesso ibride e difficili da classificare, offrono percorsi di carriera che non passano necessariamente per un ordine professionale. Il risultato è che la toga o il compasso, simboli di un'intera classe dirigente, hanno smesso di funzionare come promessa automatica di realizzazione.

Non una fuga, ma una ridefinizione delle priorità

Sarebbe facile, e sbagliato, liquidare il fenomeno con la formula pigra dei "giovani che non vogliono più sacrificarsi". La realtà è più sfumata e, per certi versi, più interessante. I ragazzi che oggi scelgono percorsi diversi da quelli tradizionali non stanno scappando. Stanno operando una ridefinizione consapevole delle priorità. Le indagini condotte tra gli studenti universitari restituiscono un quadro coerente: il tempo libero, la qualità delle relazioni, il senso di ciò che si fa ogni giorno pesano nella scelta almeno quanto la prospettiva di reddito. Non è idealismo ingenuo. È il risultato di aver osservato da vicino la generazione dei propri genitori, spesso professionisti affermati ma cronicamente stanchi, con poco tempo per sé e una soddisfazione lavorativa tutt'altro che scontata. C'è un cambiamento culturale profondo in atto, che riguarda il rapporto tra identità personale e identità professionale. Per chi è nato negli anni Cinquanta o Sessanta, le due cose tendevano a coincidere: eri ciò che facevi. Per chi è nato dopo il Duemila, il lavoro è una componente della vita, importante ma non totalizzante. Questo spostamento di baricentro spiega molto delle scelte che i dati registrano, e merita di essere compreso prima che giudicato.

Scegliere oggi: quando formazione e mercato non parlano la stessa lingua

Resta una domanda aperta, forse la più importante. Se i giovani stanno cambiando le proprie scelte formative, il sistema universitario e il mercato del lavoro si stanno muovendo nella stessa direzione? La risposta, al momento, è incerta. Le università italiane hanno avviato processi di aggiornamento dell'offerta formativa, con nuovi corsi interdisciplinari e percorsi che tentano di integrare competenze umanistiche e digitali. Ma la velocità del cambiamento accademico resta lenta rispetto a quella delle trasformazioni sociali. Dal lato del mercato, le imprese dichiarano di cercare competenze trasversali, pensiero critico, capacità di adattamento, tutte qualità che un percorso umanistico può sviluppare. Nei fatti, però, i processi di selezione continuano spesso a privilegiare titoli specifici e percorsi lineari. Il rischio concreto è uno scollamento: una generazione che sceglie in base a criteri nuovi, e un sistema che continua a valutare con metriche vecchie. Colmare questo divario non è responsabilità dei soli ventenni. Riguarda le istituzioni formative, gli ordini professionali, le imprese. Scegliere un percorso universitario, oggi, significa navigare in acque che nessuna generazione precedente ha attraversato. E forse la vera notizia non è che i giovani stiano cambiando rotta, ma che il porto di arrivo non sia ancora stato costruito.

Pubblicato il: 7 aprile 2026 alle ore 06:07