{/* Extracted from Header.astro - Use appropriate classes/styles if animations needed */}

Rapporto Sport 2025: l'Italia si muove, 38 milioni di praticanti e un settore da 32 miliardi di euro

Il Rapporto Sport 2025 fotografa un Paese sempre più attivo: 38 milioni di italiani praticano sport, il settore vale 32 miliardi di PIL e la sedentarietà tocca il minimo storico.

Sommario

* Un comparto da 32 miliardi di euro * La rivoluzione quotidiana: un milione in più abbandona il divano * Chi pratica sport e come lo fa * Impianti sportivi: un patrimonio che invecchia * Il ritorno sociale degli investimenti * Le schede regionali: una bussola per le politiche pubbliche * Dove va lo sport italiano

Due italiani su tre hanno inserito lo sport nella propria routine settimanale. Non è uno slogan pubblicitario, ma il dato cardine che emerge dal Rapporto Sport 2025, terza edizione dell'indagine curata dall'Istituto per il Credito Sportivo e Culturale insieme a Sport e Salute, su mandato del Ministro per lo Sport e i Giovani Andrea Abodi. La fotografia restituita racconta un Paese che si muove di più, produce di più grazie all'attività fisica e investe con crescente consapevolezza in un settore ormai tutt'altro che marginale nell'economia nazionale. I numeri sono netti: 38 milioni di italiani attivi, un valore aggiunto di 32 miliardi di euro e il tasso di sedentarietà più basso mai registrato nella storia delle rilevazioni statistiche. Una trasformazione silenziosa, che merita di essere analizzata nel dettaglio.

Un comparto da 32 miliardi di euro

Il settore sportivo italiano genera oggi un valore aggiunto pari a 32 miliardi di euro, corrispondente all'1,5% del PIL nazionale, in crescita rispetto all'anno precedente. Sono 421mila le persone occupate nella filiera, un dato che colloca lo sport tra i comparti più dinamici del tessuto produttivo. A trainare l'espansione sono soprattutto i servizi, ma anche la componente internazionale gioca un ruolo decisivo: l'export di beni sportivi ha raggiunto quota 4,7 miliardi di euro, con Stati Uniti, Francia e Germania come mercati principali. Cifre che ridimensionano drasticamente l'immagine dello sport come semplice svago, proiettandolo in una dimensione schiettamente industriale. Così come accade in altri settori strategici dell'economia italiana, dalla manifattura al lusso, anche lo sport dimostra una resilienza e una capacità di adattamento notevoli. Il comparto si è trasformato in un autentico pilastro economico, capace di generare occupazione qualificata e di competere sui mercati globali con prodotti e servizi ad alto valore aggiunto.

La rivoluzione quotidiana: un milione in più abbandona il divano

Il dato forse più eloquente del Rapporto riguarda la vita di tutti i giorni. Rispetto al 2023, un milione di italiani in più ha scelto di abbandonare la sedentarietà, portando la quota di inattivi al minimo storico del 33,2%. Non si tratta di una moda passeggera. È una trasformazione culturale profonda, in cui lo sport viene percepito come investimento personale sulla salute e sulla qualità della vita, non come lusso o passatempo riservato a pochi. Marco Mezzaroma, presidente di Sport e Salute, ha definito questi numeri «la fotografia di un Paese che sta riscoprendo nello sport un motore di salute, inclusione e socialità». Il trend risulta particolarmente marcato tra le fasce d'età tradizionalmente meno attive: bambini e over 65 registrano gli incrementi più significativi. Un segnale importante, che indica come la pratica sportiva stia diventando trasversale e intergenerazionale, superando barriere anagrafiche consolidate da decenni di abitudini sedentarie.

Chi pratica sport e come lo fa

La quota di chi pratica sport in maniera continuativa ha raggiunto il 28,6% della popolazione, pari a 16,4 milioni di persone. Non si parla di una passeggiata occasionale: sono individui che dedicano tempo regolare all'attività fisica strutturata. A questi si aggiungono i 12,3 milioni di tesserati presso un organismo sportivo, attivi all'interno dei 107.804 enti sportivi dilettantistici presenti sul territorio. Il tessuto associativo resta il cuore pulsante dello sport italiano, una rete capillare che garantisce accesso e partecipazione a ogni livello. La dimensione dilettantistica, spesso sottovalutata nel dibattito pubblico, rappresenta in realtà l'ossatura su cui si regge l'intero sistema. Senza quelle migliaia di società sportive, molte delle quali gestite interamente da volontari, il dato dei 38 milioni di attivi resterebbe un miraggio. Un'eccellenza organizzativa diffusa che dimostra come i risultati migliori nascano spesso dal basso, dalla passione e dalla dedizione quotidiana di chi opera senza riflettori.

Impianti sportivi: un patrimonio che invecchia

Se la domanda di sport cresce, l'offerta infrastrutturale fatica a tenere il passo. Il Censimento Nazionale dell'Impiantistica Sportiva conta oltre 78mila impianti e 114mila spazi sportivi in Italia. Il 70% è di proprietà pubblica, con i Comuni come protagonisti assoluti della gestione. Fin qui, i numeri appaiono confortanti. Il problema emerge quando si guarda all'età delle strutture: oltre il 40% degli impianti risale agli anni Settanta e Ottanta. Palestre con infiltrazioni, piscine energivore, campi con manti usurati. Un patrimonio che necessita di interventi urgenti di riqualificazione, pena il rischio concreto di non riuscire ad accogliere quella domanda crescente che i dati certificano. Il ministro Abodi ha parlato della necessità di un «piano regolatore nazionale dell'impiantistica sportiva», capace di guidare gli investimenti in modo razionale e sostenibile, alimentando una banca dati territoriale che consenta di programmare le priorità con precisione chirurgica.

Il ritorno sociale degli investimenti

Uno degli aspetti più innovativi del Rapporto è la misurazione dell'impatto sociale. I progetti infrastrutturali finanziati dall'Istituto per il Credito Sportivo e Culturale registrano uno SROI (_Social Return on Investment_) superiore a 4,8: ogni euro investito produce quasi cinque euro di benefici per la comunità in termini di salute, coesione sociale e inclusione. Il dato più impressionante, però, riguarda i progetti specificamente sociali e le aree più fragili del Paese, dove il moltiplicatore arriva a 8,42. Otto euro di ritorno per ogni euro speso. Numeri che dovrebbero far riflettere chi ancora considera la spesa sportiva un costo anziché un investimento strategico. Come ha sottolineato Beniamino Quintieri, presidente dell'ICSC, «la lettura integrata dei dati economici, occupazionali e sociali consente di valutare l'impatto degli investimenti e di programmare interventi sempre più mirati e sostenibili sui territori». Una lezione di metodo che vale ben oltre il perimetro sportivo.

Le schede regionali: una bussola per le politiche pubbliche

Novità di questa edizione sono le Schede Regionali, che per la prima volta offrono una fotografia omogenea e comparabile della pratica sportiva e delle infrastrutture su base territoriale. L'obiettivo non è stilare classifiche tra regioni virtuose e regioni in ritardo, ma fornire agli amministratori locali uno strumento analitico per orientare le scelte. Le differenze tra Nord e Sud, tra aree urbane e zone interne, restano significative: ed è proprio nelle aree meno servite che gli investimenti generano il ritorno sociale più elevato. Le schede diventano così una bussola per allocare risorse dove servono davvero, superando la logica degli interventi a pioggia. Un approccio fondato su evidenze e dati che rappresenta un cambio di paradigma nella governance sportiva italiana, un modello replicabile anche in altri ambiti della pubblica amministrazione.

Dove va lo sport italiano

Il quadro complessivo che emerge dal Rapporto Sport 2025 è quello di un settore in piena maturazione. Lo sport vale l'1,5% del PIL, coinvolge 38 milioni di persone, dà lavoro a oltre 400mila addetti e genera un ritorno sociale che può superare gli otto euro per ogni euro investito. La sedentarietà è al minimo storico, la pratica continuativa cresce, l'export di beni sportivi supera i 4,7 miliardi. Restano nodi aperti, l'invecchiamento degli impianti su tutti, ma la direzione è tracciata con chiarezza. Lo sport italiano non è più un comparto accessorio: è parte integrante della strategia economica e sociale del Paese, un settore dove investire con la stessa serietà riservata ad altri pilastri dell'economia. I dati, questa volta, non lasciano spazio a interpretazioni. La sfida ora è trasformare questa consapevolezza in politiche strutturali e durature.

Pubblicato il: 20 marzo 2026 alle ore 10:09