La Bce ha rivisto al ribasso le previsioni per l'area euro: il Pil UE nel 2026 crescerà solo dello 0,8%, l'inflazione resterà al 3,0% e tornerà al target del 2% solo nel 2028. Il commissario europeo all'Economia Valdis Dombrovskis chiede una crescita strutturale più alta, oltre l'approccio contabile dei parametri di finanza pubblica. La risposta tecnica, secondo gli economisti, è puntare sui settori con il moltiplicatore più alto. In Italia quei settori esistono, ma restano sottofinanziati da almeno quindici anni.
La fotografia del bollettino Bce
Le proiezioni macroeconomiche di giugno 2026 della Banca centrale europea segnano un peggioramento rispetto a marzo. L'inflazione si attesta al 3,0% nel 2026 e al 2,3% nel 2027, sospinta dai prezzi dell'energia legati al conflitto in Medio Oriente. La crescita del Pil UE resta debole su tutto l'orizzonte di previsione: 0,8% nel 2026, 1,2% nel 2027, 1,5% nel 2028. Luigi Campiglio, professore di Politica economica alla Cattolica di Milano, ha indicato la direzione su Il Sussidiario: investire dove il moltiplicatore è più alto, scegliendo settori diversi paese per paese e attivando potenzialità dormienti. È un cambio di paradigma rispetto al modello di austerità che ha guidato la sorveglianza fiscale europea dal 2011.
I moltiplicatori che l'Italia non finanzia
Il moltiplicatore più alto e più stabile nel lungo periodo è il capitale umano: istruzione, formazione, ricerca. Su questi capitoli l'Italia resta in coda all'Unione. Nel 2023 ha investito 83,7 miliardi in istruzione, pari al 3,9% del Pil: terzultimo paese UE, davanti solo a Irlanda (2,8%) e Romania (3,3%), contro una media europea del 4,7%. La Francia investe il 5,2%, la Germania il 4,5%, la Svezia il 7,2%. I dati Eurostat sulla spesa pubblica per istruzione mostrano che il divario non è una svista contingente: si è consolidato negli ultimi quindici anni, dopo la grande recessione del 2008. Significa che ogni nuova legge di bilancio parte da un livello strutturalmente più basso.
Ricerca e sviluppo: meno della metà dell'obiettivo
Sulla ricerca e sviluppo lo scarto è ancora più netto. L'Italia è ferma all'1,37% del Pil (29,4 miliardi nel 2023), meno della metà del target europeo del 3% e sotto la media UE che viaggia attorno al 2,3%. Sei paesi hanno già raggiunto l'obiettivo, Svezia, Belgio, Austria, Finlandia, Germania e Danimarca; l'Italia non è tra questi. La spesa pubblica per R&S è cresciuta del 6,6% nel 2024 e le imprese hanno programmato un +4,0% per il 2025, ma il punto di partenza è troppo basso per colmare il divario nel medio periodo. È la voce di bilancio dove il moltiplicatore di Campiglio mostra la faccia più concreta: un euro in più di ricerca pubblica attiva ricerca privata, brevetti e occupazione qualificata.
Cosa cambia per docenti, formazione e imprese
Il sottoinvestimento si vede nei numeri quotidiani della scuola: stipendi docenti tra i più bassi dell'area OCSE, carico di lavoro reale oltre le 36 ore settimanali e una filiera della formazione professionale in piena ridefinizione con il passaggio dalla IeFP all'istruzione professionale. Sul fronte produttivo un livello di R&S sotto la media europea limita brevetti, attrazione di talenti e capacità delle imprese di salire nella catena del valore. È il punto in cui Campiglio parla di moltiplicatori nazionali: l'Italia ha settori dove il rendimento sociale di un euro investito sarebbe particolarmente alto, come istruzione tecnica superiore, ricerca applicata e manifattura avanzata, ma non li copre con risorse coerenti né con una programmazione pluriennale.
Coprire un punto e mezzo di Pil tra istruzione e ricerca equivale a circa 35 miliardi l'anno. È la dimensione della scelta: si va in quella direzione o si resta sullo 0,8% di crescita. Anche una scuola che insegna partecipazione civica dipende da quella copertura finanziaria. La differenza tra ragionieri di Bruxelles e investimenti mirati, su cui insiste Dombrovskis, si decide dentro queste voci di bilancio.