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Dal padre-peluche ai dieci giorni: la paternità italiana in numeri

Il 64,8% dei padri usa il congedo obbligatorio ma al Sud si ferma al 44%. Dieci giorni in Italia, 16 settimane in Spagna: dove finisce la rivoluzione.

Nel 2024 il 64,8% dei padri lavoratori dipendenti ha usato i dieci giorni di congedo di paternità obbligatorio. Sono 181.777 uomini, ma il 59% vive al Nord e la crescita si è fermata da due anni.

Dieci giorni al 100%, la crescita si è fermata

Il congedo di paternità obbligatorio è nato nel 2013 con un solo giorno. Oggi vale dieci giornate retribuite al 100% della retribuzione, spendibili da due mesi prima del parto fino a cinque mesi dopo la nascita del figlio, con un meccanismo sanzionatorio a carico del datore di lavoro che ne ostacoli la fruizione. La quota di padri che lo attiva è cresciuta rapidamente per un decennio, dal 20% del 2013 al 64,02% del 2022. Poi la corsa si è arrestata: 64,5% nel 2023 e 64,8% nel 2024, secondo la rilevazione INPS sul rapporto Save the Children 2026. La media individuale è di 7,17 giorni sui 10 disponibili e solo un padre su quattro esaurisce l'intero periodo. Il 66,21% dei beneficiari si astiene per almeno sette giorni: la maggioranza usa il congedo, ma quasi nessuno lo usa fino in fondo.

Il divario Nord-Sud e il peso dell'azienda

Il dato nazionale nasconde due Italie. Al Nord il congedo lo prende il 76% dei padri aventi diritto, al Centro il 67%, al Sud e nelle Isole il 44%. La distribuzione geografica dei 181.777 fruitori è ancora più squilibrata: 107.273 sono al Nord, il 22% al Sud, il 19% al Centro. A pesare non è solo la mappa. Nelle imprese con più di 100 dipendenti la quota di padri che chiedono i dieci giorni sale all'80%, contro il 40% delle aziende sotto i 15 lavoratori. I tempi determinati e i part-time restano indietro di quasi due giorni sui full-time a tempo indeterminato: il diritto è uguale sulla carta, ma cambia in base al contratto. Contratti stabili e imprese grandi consolidano il diritto; contratti precari e realtà con pochi dipendenti lo perdono nella pratica quotidiana anche senza formali obiezioni del datore di lavoro. L'asimmetria si sovrappone a quella misurata da ISTAT sull'uso del tempo: i padri italiani dedicano in media 2 ore al giorno ai figli contro le 6 ore e mezzo delle madri, con un'ora di distanza anche nella cura pura di nutrire, vestire e sorvegliare. Come nel racconto delle generazioni che invecchiavano prima, la trasformazione culturale procede più veloce delle strutture materiali che dovrebbero sostenerla.

Dieci giorni contro sedici settimane: l'Italia in Europa

Il confronto europeo mostra dove finisce la rivoluzione. La Spagna riconosce a padri e madri 16 settimane al 100% dello stipendio, con sei obbligatorie subito dopo la nascita e dieci facoltative anche part-time. La Germania non ha un congedo di paternità dedicato, ma le indennità parentali combinate coprono fino a 14 mesi al 67% del netto, con un tetto mensile di 1.800 euro. L'Italia resta ferma ai dieci giorni introdotti in via sperimentale nel 2013 e cristallizzati dal decreto legislativo 105/2022, che ha reso il diritto strutturale per pubblico e privato. È un ritardo che ricorda altri paradossi italiani, dai condizionatori che scaldano la città mentre raffreddano la casa al super-ticket in valutazione a Venezia contro il turismo di massa: politiche che aggiornano il linguaggio ma tengono ferma la sostanza. Il divario non è solo di durata: in Spagna le prime settimane sono obbligatorie e non trasferibili, in Italia il diritto individuale c'è ma il tasso di attivazione dipende ancora dal codice fiscale del datore di lavoro.

Il vero indicatore della rivoluzione paterna arriverà quando la geografia e la dimensione dell'azienda smetteranno di decidere chi può restare accanto al figlio nei primi cinque mesi. Il salto dalla retorica alla busta paga si misura in giornate, non in aggettivi. Fino ad allora i 181.777 padri del 2024 raccontano una trasformazione ancora scritta più sui giornali che nelle buste paga.

Pubblicato il: 14 luglio 2026 alle ore 08:58