Nel 1807, papa Pio VII canonizza Benedetto Manasseri, ex schiavo di origini africane morto a Palermo nel 1589. È il primo santo nero della storia della Chiesa cattolica. A cinque secoli dalla sua nascita, avvenuta nel 1524 a San Fratello nel Messinese, un volume collettaneo curato dalla storica Giovanna Fiume ricostruisce la parabola del frate francescano che il Senato di Palermo aveva già eletto compatrono nel 1652, insieme a Santa Rosalia.
Un libro, un convegno, tredici studiosi
Il volume Schiavitù e santità nera. A 500 anni dalla nascita di san Benedetto il Moro esce per l'Istituto Poligrafico Europeo al prezzo di 20 euro. Raccoglie gli atti del convegno internazionale ospitato il 23 e 24 ottobre 2024 alla Pontificia Facoltà Teologica di Sicilia e nella Sala Magna dello Steri. Direzione scientifica di Giovanna Fiume, già docente di Storia moderna all'Università di Palermo; promotori i Frati minori di Sicilia con l'ateneo palermitano.
I tredici saggi affrontano la figura del santo su piani distinti. Il teologo Massimo Naro apre con una lettura evangelica del cosiddetto Mediterraneo nero e del traffico contemporaneo di esseri umani; Alessandro Di Maio ricostruisce le rotte migratorie di oggi. Storici dell'arte, brasilianisti e studiosi di antropologia religiosa, tra cui Vincenzo Abbate, Floriana Giallombardo e Rafael Castañeda Garcia, completano il quadro con contributi che arrivano dai due lati dell'Atlantico.
Dalla schiavitù africana al saio francescano
Nato tra il 1524 e il 1526 da Cristoforo e Diana, coppia di schiavi africani portati in Sicilia (secondo la tradizione dall'Etiopia), Benedetto ricevette la libertà alla nascita dal padrone Vincenzo Manasseri. A ventuno anni entrò nella comunità eremitica di regola francescana fondata da Girolamo Lanza; nel 1562 approdò al convento di Santa Maria di Gesù a Palermo, dove restò ventiquattro anni fino alla morte, avvenuta il 4 aprile 1589.
La sua fama di santità corse subito i porti mediterranei. La beatificazione arrivò nel 1743 con Benedetto XIV, la canonizzazione nel 1807 con la bolla Civitatem Sanctam di Pio VII: duecentodiciotto anni dopo la morte, il frate di San Fratello diventa ufficialmente il primo santo nero della Chiesa cattolica. Prima ancora di Roma era stata la città a scegliere: nel 1652 il Senato di Palermo lo aveva già eletto compatrono, spinto dalla devozione popolare.
Da San Benito de Palermo a São Benedito
La devozione seguì le navi. In Spagna e nelle colonie sudamericane Benedetto divenne San Benito de Palermo; in area lusofona, dal Portogallo al Brasile, São Benedito o Preto. I missionari francescani lo proposero come modello di santità agli schiavi africani deportati nelle piantagioni del Nuovo Mondo: un uomo dalla pelle nera sull'altare parlava a quelle comunità con un'immediatezza che nessun santo europeo poteva vantare. Le confraternite afrobrasiliane ne fecero un riferimento identitario ancora vivo, con feste che intrecciano liturgia cattolica e memoria africana.
Perché una figura del Cinquecento parla al presente
Il volume non si ferma alla ricostruzione storica. La prefazione di Fiume e i saggi di Naro e Di Maio agganciano la vicenda del santo alle domande di oggi: la tratta rediviva nel Mediterraneo, il caporalato nei campi del Sud, la difficoltà italiana a raccontarsi come società di origini plurime. La stessa Chiesa che tra XVII e XVIII secolo tollerò il commercio degli schiavi, quando la forte domanda di forza lavoro nelle miniere, nelle piantagioni e nel servizio domestico spinse la tratta a cifre sempre più consistenti, è la stessa che quattro secoli prima aveva già portato agli altari un ex schiavo africano.
Per la scuola e per chi si occupa di educazione alla cittadinanza, la storia di Benedetto resta una risorsa didattica sottoutilizzata: un caso concreto per raccontare in classe l'Africa in Sicilia, la mobilità mediterranea del Cinquecento, il ruolo delle immagini sacre nel legittimare o contestare le gerarchie razziali. Il convegno del 2024 all'Università di Palermo è stato il primo tentativo organico di rimettere in circolo questi materiali; gli atti ora pubblicati provano a farne uno strumento stabile per docenti, ricercatori e lettori. La riscoperta si iscrive in una stagione italiana attenta al proprio patrimonio culturale: dai riconoscimenti al cinema di Franco Nero alle retrospettive fotografiche come la mostra di Luigi Ghirri al Mambo di Bologna.