* Un libro scritto sulla soglia dell'addio * L'Istria come luogo dell'anima * La guerra, la ferita, il rifugio nella memoria * La ripubblicazione Quodlibet e il senso di riscoprire Stuparich oggi * Una lettura che è anche educazione sentimentale
Un libro scritto sulla soglia dell'addio {#un-libro-scritto-sulla-soglia-delladdio}
Ci sono libri che nascono dalla necessità di trattenere qualcosa che sta per sfuggire. I "Ricordi istriani" di Giani Stuparich appartengono a questa categoria, rara e preziosa: quella delle opere che un autore consegna al mondo quasi come un testamento spirituale, poco prima che la morte chiuda il sipario. Stuparich li pubblicò negli ultimi mesi della sua vita, quando il corpo cedeva ma la mente tornava, ostinata, ai paesaggi e alle voci di un'infanzia lontana.
Non è un libro lungo. Non ha la pretesa del romanzo né l'architettura del saggio. È qualcosa di più fragile e, proprio per questo, di più resistente: un distillato di memoria, una serie di quadri in cui l'Istria non è semplice sfondo geografico ma sostanza stessa del racconto.
L'Istria come luogo dell'anima {#listria-come-luogo-dellanima}
Chi conosce la letteratura di confine sa che l'Istria, per gli scrittori triestini del Novecento, non è mai stata soltanto una penisola tra il Golfo di Trieste e il Quarnaro. È un concetto, un orizzonte emotivo, un punto fermo da cui misurare tutte le distanze successive della vita.
Stuparich lo sapeva bene. Nato a Trieste nel 1891, figlio di una famiglia con radici profonde nel tessuto istriano, trascorse parte dell'infanzia e dell'adolescenza in quei luoghi dove il mare e la pietra carsica dettano i ritmi della giornata. Nei Ricordi istriani quel periodo diventa il nucleo incandescente di tutto. Le estati, i giochi, la luce che cambia sopra gli uliveti, il dialetto che si mescola all'italiano, le figure dei parenti e dei pescatori: ogni dettaglio viene restituito con una precisione che non è cronachistica ma affettiva.
C'è una frase, tra le più citate del libro, che condensa il senso dell'intera opera: il cielo dell'infanzia è un cielo che non si ripete. Stuparich non lo scrive con rimpianto lamentoso. Lo constata, piuttosto, con la lucidità dolente di chi ha attraversato abbastanza dolore da sapere che certe forme di felicità esistono una volta sola, e che il compito della scrittura è custodirne la traccia.
La guerra, la ferita, il rifugio nella memoria {#la-guerra-la-ferita-il-rifugio-nella-memoria}
Per comprendere la portata dei Ricordi istriani bisogna considerare ciò che Stuparich ha vissuto prima di scriverli. Volontario irredentista nella Prima guerra mondiale, combatté sul fronte dell'Isonzo e sul Carso. Perse il fratello Carlo, suicidatosi per non cadere prigioniero degli austriaci. Vide morire amici, compagni, un'intera generazione di giovani intellettuali triestini che avevano creduto nell'interventismo come atto di liberazione nazionale.
Queste esperienze traumatiche, raccontate in altre opere come Guerra del '15 e _Ritorneranno_, costituiscono lo sfondo oscuro contro il quale i ricordi dell'infanzia istriana si stagliano con una luminosità quasi insostenibile. La memoria diventa, stando a quanto emerge dalla struttura stessa del testo, un meccanismo di salvezza: non fuga dalla realtà, ma ancoraggio a un nucleo di senso che la violenza della storia non è riuscita a distruggere del tutto.
È questo che rende Stuparich diverso da tanti memorialisti della Grande Guerra. Per chi volesse approfondire il filone dei libri sulla Prima guerra mondiale e sulla letteratura che ne è scaturita, i Ricordi istriani offrono un angolo di osservazione insolito: non il fronte, non la trincea, ma ciò che stava prima e che la trincea ha reso irrecuperabile.
La ripubblicazione Quodlibet e il senso di riscoprire Stuparich oggi {#la-ripubblicazione-quodlibet-e-il-senso-di-riscoprire-stuparich-oggi}
La casa editrice Quodlibet, con la consueta cura editoriale che la contraddistingue, ha rimesso in circolazione i Ricordi istriani, restituendo dignità di catalogo a un testo che rischiava di restare confinato nelle biblioteche degli specialisti. Una scelta tutt'altro che casuale.
Negli ultimi anni si è assistito a un rinnovato interesse per la letteratura di confine e per le voci degli scrittori triestini del Novecento, da Slataper a Saba, da Svevo a Quarantotti Gambini. Stuparich, pur essendo tra i più significativi, è rimasto a lungo in secondo piano rispetto ai nomi più celebrati. La ripubblicazione Quodlibet contribuisce a colmare questa lacuna e offre ai lettori contemporanei un testo di rara intensità.
Va detto che il libro non è di immediata fruizione per chi cerchi azione o trama. È una narrativa autobiografica che procede per accumulazione di immagini, per sovrapposizione di ricordi, con un ritmo che asseconda il respiro della memoria piuttosto che le esigenze della suspense. Ma proprio in questa lentezza sta la sua forza. Stuparich scrive come se ogni parola fosse l'ultima, e in un certo senso lo era davvero.
Una lettura che è anche educazione sentimentale {#una-lettura-che-è-anche-educazione-sentimentale}
I Ricordi istriani meritano di essere letti, e soprattutto fatti leggere. In un'epoca in cui la letteratura della nostalgia viene spesso confusa con il sentimentalismo da social network, tornare a Stuparich significa riscoprire che la nostalgia autentica è una cosa seria: è il riconoscimento della perdita, la capacità di guardare indietro senza autocompiacimento, la consapevolezza che il passato non ritorna ma può essere compreso.
Per le scuole, in particolare, si tratta di un testo prezioso. Breve quanto basta per essere proposto come lettura integrale in classe, denso abbastanza da alimentare riflessioni sulla storia italiana del Novecento, sulla questione delle terre di confine, sul rapporto tra biografia individuale e grandi eventi collettivi. Iniziative come la Campagna Nazionale #ioleggoperché 2025 potrebbero rappresentare un'occasione concreta per portare questo libro nelle biblioteche scolastiche, dove troppo spesso manca proprio la letteratura del confine orientale.
Giani Stuparich non cercava consolazione. Cercava verità. E la trovò, come capita ai migliori, in un luogo che non esisteva più se non nella sua scrittura: quell'Istria dell'infanzia dove il cielo era vasto, il mare vicino, e la libertà non aveva ancora bisogno di essere nominata per essere vissuta.