Il messaggio di sostegno del ministro Alessandro Giuli alla prima riunione della Commissione Anci Cultura, andata in scena il 10 giugno 2026 nella Sala Spadolini del Collegio Romano, arriva mentre i numeri ISTAT raccontano un equilibrio che raramente entra nei comunicati: i Comuni italiani gestiscono 1.993 luoghi del patrimonio, oltre quattro volte i 478 dello Stato.
La nuova Commissione e il messaggio del MiC
La Commissione nazionale permanente Anci Cultura, Musei, Valorizzazione Beni Storici e Siti UNESCO si è insediata sotto la presidenza di Massimiliano Giammusso, sindaco di Gravina di Catania e presidente del Parco dell'Etna, sito riconosciuto dall'UNESCO. La nomina porta la firma del presidente del Consiglio nazionale Anci Marco Fioravanti e del presidente nazionale Gaetano Manfredi.
Giuli, nel messaggio letto in apertura, ha definito i Comuni "il corpo vivente della cultura nazionale" e ricordato il ruolo dell'Anci nel convogliarne interessi e aspirazioni. L'organismo ha funzioni preparatorie, consultive e propositive verso il Consiglio nazionale Anci: dovrà servire da tavolo strutturato di confronto fra Comuni e Governo sulle politiche culturali e sui siti UNESCO.
I numeri reali del patrimonio comunale
Dietro le formule di rito c'è una sproporzione strutturale che il MiC raramente esplicita. Secondo le Minicifre della cultura 2024 - DG Educazione MiC, in Italia ci sono 4.416 luoghi del patrimonio: il 65% è di proprietà pubblica e fra questi 1.993 sono di enti locali, in larga parte Comuni, contro 478 statali. Le amministrazioni municipali custodiscono dunque oltre quattro volte le strutture gestite direttamente dal Ministero.
La distribuzione geografica conferma il peso comunale. Un Comune italiano su quattro ospita almeno una struttura museale e tre regioni, Toscana con 530 strutture, Emilia-Romagna con 456 e Lombardia con 401, concentrano il 31,4% dei musei nazionali. La stessa logica vale per le biblioteche: il censimento ISTAT ne rileva oltre 9.000, di cui più di 6.000 confluite nel Servizio Bibliotecario Nazionale, e la rete capillare è quasi interamente retta da amministrazioni municipali, non da articolazioni statali.
Sul fronte dell'offerta urbana il mosaico è altrettanto frammentato: dalle mostre romane su Picasso curate da Annie Cohen-Solal alle rassegne dedicate a Caravaggio nella Capitale, passando per il percorso su Tolkien al Palazzo della Cultura di Catania, la programmazione visibile al cittadino si regge in larga parte su spazi e calendari decisi nei municipi. Senza i Comuni, una parte consistente della rete espositiva sarebbe semplicemente inagibile.
La spesa che i Comuni mettono sul tavolo
Non è solo questione di edifici. Nel 2023 i Comuni italiani hanno impegnato 2,8 miliardi di euro nella Missione 5 dedicata a tutela e valorizzazione di beni e attività culturali, il 18% in più rispetto al 2022. La quota maggiore copre però la spesa corrente, dalle utenze al personale fino alle manutenzioni ordinarie, mentre gli investimenti restano minoritari: nel 2021 si fermavano attorno al 28% del totale. I municipi tengono in piedi la rete fisica ma faticano a programmare interventi di medio periodo senza cofinanziamenti statali.
Il calo dei visitatori rende il quadro più stringente. Nel 2022 i luoghi del patrimonio italiani hanno registrato 107,9 milioni di ingressi, secondo le Statistiche culturali ISTAT, a fronte dei 129,9 milioni del 2018: 22 milioni di visite perdute. La quota di residenti che ha varcato almeno una volta la soglia di un museo è scesa dal 29,6% del 2019 al 21,7%. Per i bilanci comunali, sempre più legati a incassi e cofinanziamenti, il dato pesa direttamente sulla sostenibilità degli istituti minori.
Sul tavolo della Commissione presieduta da Giammusso arriverà subito la richiesta di un fondo strutturale dedicato ai Comuni con siti UNESCO e a quelli con musei a gestione diretta. La scadenza utile è la prossima legge di bilancio: la finestra per trasformare l'appoggio politico di Giuli in capitoli di spesa vincolati si chiude in autunno.