Sommario
* Il caso Bologna: numeri che parlano * Chi sono le matricole over 40 * Le ragioni di un ritorno * Un fenomeno che supera i confini dell'Alma Mater * La fine del percorso lineare * Le opportunità reali della formazione continua * Le ombre dietro il fenomeno * Come rispondono gli atenei * Uno sguardo al futuro
Il caso Bologna: numeri che parlano
Nell'aula magna di via Zamboni, un mercoledì sera di primavera, i posti a sedere finiscono prima che l'evento cominci. Centinaia di persone si sono presentate per un incontro dedicato agli studenti senior dell'Università di Bologna, quelli che hanno superato i quarant'anni e hanno deciso di iscriversi, o re-iscriversi, a un corso di laurea. Non sono pochi. Sono oltre tremila, secondo i dati più recenti dell'ateneo, e il numero cresce ogni anno accademico con una regolarità che ha smesso di sorprendere gli uffici amministrativi. Tra loro ci sono professionisti con vent'anni di esperienza alle spalle, genitori che hanno aspettato che i figli crescessero, operai e impiegati che la sera aprono i manuali di diritto o di ingegneria gestionale. L'Alma Mater, la più antica università del mondo occidentale, sta vivendo una trasformazione silenziosa ma profonda della sua composizione demografica. E non è la sola. Il dato bolognese è il più visibile, anche perché l'ateneo ha scelto di valorizzarlo organizzando eventi, sportelli dedicati e momenti di confronto tra studenti di generazioni diverse. Ma il fenomeno ha radici che attraversano l'intero sistema universitario italiano e raccontano qualcosa di più ampio sul rapporto tra formazione, lavoro e identità personale.
Chi sono le matricole over 40
Sarebbe un errore pensare a un profilo unico. Le matricole senior dell'Università di Bologna, e degli altri atenei che registrano tendenze simili, compongono un mosaico variegato e spesso sorprendente. C'è la quarantacinquenne che aveva lasciato Giurisprudenza a sei esami dalla fine per un contratto a tempo indeterminato che sembrava irrinunciabile. C'è il cinquantenne che ha gestito un'attività commerciale per due decenni e adesso vuole capire l'economia da un punto di vista teorico, non solo pratico. Ci sono insegnanti di scuola primaria che puntano a una seconda laurea in Psicologia, infermieri che vogliono passare a Medicina, informatici autodidatti che cercano il pezzo di carta per dare un nome formale a competenze già acquisite sul campo. Le donne rappresentano una quota significativa, spesso maggioritaria. Molte di loro avevano interrotto gli studi per la maternità o per seguire il partner in un'altra città, scelte che vent'anni fa apparivano naturali e che oggi vengono rilette con uno sguardo diverso. Non si tratta quasi mai di un capriccio. Chi si iscrive all'università a quarant'anni lo fa con una consapevolezza che raramente appartiene ai diciottenni: sa cosa cerca, perché lo cerca, e quanto gli costerà in termini di tempo, energia e sacrifici familiari.
Le ragioni di un ritorno
Le motivazioni si intrecciano e raramente ne basta una sola per spiegare la decisione. La prima, la più diffusa, è quella degli studi interrotti. L'Italia ha un tasso di abbandono universitario storicamente alto: secondo i dati ANVUR, circa il 30% degli studenti non completa il percorso di laurea entro i tempi previsti, e una quota rilevante non lo completa affatto. Molti di quegli ex studenti, a distanza di anni, sentono il bisogno di chiudere un cerchio rimasto aperto. Poi c'è il cambio di carriera, forzato o volontario. Il mercato del lavoro italiano degli ultimi quindici anni ha attraversato crisi cicliche che hanno cancellato interi settori e ne hanno creati di nuovi. Chi lavorava nel commercio al dettaglio, nel turismo tradizionale, nell'editoria cartacea, si è trovato a dover ripensare la propria traiettoria professionale. Una laurea in ambito digitale, gestionale o sanitario diventa allora uno strumento concreto di riposizionamento. Infine, esiste una motivazione che sfugge alle statistiche ma che emerge con forza nelle testimonianze raccolte durante gli eventi bolognesi: il desiderio personale puro, la voglia di capire, di studiare qualcosa che appassiona indipendentemente dal ritorno economico. Filosofia, Storia dell'arte, Lettere classiche attirano una quota non trascurabile di iscritti senior.
Un fenomeno che supera i confini dell'Alma Mater
Bologna fa da apripista, ma il trend è nazionale. L'Università di Torino ha registrato un incremento del 15% degli iscritti over 35 nell'ultimo triennio. La Statale di Milano ha introdotto percorsi flessibili pensati per chi lavora a tempo pieno. Roma Tre, da anni considerata l'ateneo romano più aperto agli studenti non tradizionali, ha ampliato l'offerta serale e a distanza. Anche gli atenei telematici giocano un ruolo importante in questa dinamica: piattaforme come eCampus, Uninettuno e Pegaso hanno visto crescere le iscrizioni di adulti in modo esponenziale, offrendo la possibilità di seguire le lezioni da casa e sostenere gli esami in sedi decentrate. Il fenomeno non è esclusivamente italiano. In tutta Europa la formazione degli adulti sta diventando un pilastro delle politiche educative, e iniziative come quelle legate all'università della terza età, si inseriscono in questo scenario più ampio, affiancandosi oggi a percorsi universitari tradizionali sempre più aperti anche a chi decide di tornare a studiare in età adulta. La Commissione Europea, con il programma European Education Area 2025, ha fissato l'obiettivo di portare al 47% la quota di adulti coinvolti in attività formative ogni anno. L'Italia parte da una posizione arretrata, intorno al 10%, ma i segnali di movimento sono evidenti. Il ritorno all'università degli over 40 non è un'eccezione statistica: è la manifestazione più visibile di un cambiamento culturale che sta ridefinendo il concetto stesso di studente.
La fine del percorso lineare
Per decenni, il modello dominante è stato chiaro: si studia fino ai venticinque anni, si trova un lavoro, si costruisce una carriera, si va in pensione. Quel modello non esiste più, o quantomeno non funziona più per la maggioranza delle persone. La precarietà contrattuale, l'automazione, la trasformazione digitale, le crisi economiche ricorrenti hanno frantumato l'idea di un percorso professionale stabile e prevedibile. Chi oggi ha quarantacinque anni è entrato nel mercato del lavoro alla fine degli anni Novanta, in un'Italia che prometteva stabilità e invece ha consegnato flessibilità, spesso subita. La formazione universitaria, in questo contesto, smette di essere una fase iniziale e diventa un passaggio ricorrente, qualcosa a cui si torna quando le circostanze cambiano o quando si vuole imprimere una svolta. Non è più un rito di passaggio dall'adolescenza all'età adulta, ma uno strumento che si può usare a trent'anni come a cinquanta. Questa trasformazione ha implicazioni profonde. Significa che le università devono ripensare i propri servizi, i propri orari, la propria didattica. Significa che il concetto di "fuori corso" perde parte del suo stigma. Significa, soprattutto, che la società italiana sta lentamente accettando un'idea semplice ma rivoluzionaria: imparare non ha scadenza.
Le opportunità reali della formazione continua
Il ritorno in ateneo porta benefici concreti e misurabili. Sul piano professionale, una seconda laurea o il completamento della prima possono tradursi in avanzamenti di carriera, accesso a concorsi pubblici, transizioni verso settori più remunerativi. Nel pubblico impiego italiano, il titolo di studio resta un requisito formale imprescindibile per molte posizioni: senza laurea, determinate porte restano chiuse indipendentemente dall'esperienza accumulata. Sul piano personale, gli effetti sono altrettanto significativi. Diversi studi, tra cui una ricerca pubblicata dal _British Journal of Educational Psychology_, documentano come il ritorno alla formazione in età adulta produca un miglioramento dell'autostima, una riduzione dei sintomi depressivi e un ampliamento della rete sociale. Per chi ha vissuto una crisi lavorativa o personale, l'università può rappresentare un'àncora di senso, un luogo dove ricostruire un'identità che il mercato del lavoro ha messo in discussione. C'è poi un vantaggio che riguarda la collettività. Un Paese con più adulti formati è un Paese più competitivo, più capace di adattarsi ai cambiamenti tecnologici, meno vulnerabile alle manipolazioni informative. La formazione continua non è un lusso individuale: è un investimento collettivo che produce rendimenti diffusi e duraturi nel tempo.
Le ombre dietro il fenomeno
Sarebbe però ingenuo leggere questo boom solo in chiave positiva. Dietro molte iscrizioni over 40 c'è una fragilità strutturale del sistema economico italiano che non va edulcorata. Se migliaia di adulti tornano a studiare, è anche perché il lavoro che avevano non basta più, non c'è più, o non offre prospettive. La necessità di reinventarsi a quarantacinque anni non è sempre una scelta libera: spesso è una risposta obbligata a un licenziamento, a una cassa integrazione, a un settore che si è dissolto. C'è poi il problema dei costi. Le tasse universitarie italiane, pur inferiori a quelle anglosassoni, rappresentano un peso significativo per chi ha un mutuo, dei figli, bollette da pagare. Le borse di studio sono pensate prevalentemente per i giovani e i criteri di accesso raramente tengono conto delle specificità degli studenti adulti. Il tempo è un'altra variabile critica: conciliare lavoro, famiglia e studio, cioè riuscire davvero a studiare e lavorare contemporaneamente, richiede un'organizzazione ferrea e una resistenza psicologica notevole. I tassi di abbandono tra gli studenti senior, sebbene meno studiati, sono tutt'altro che trascurabili. Infine, non sempre il mercato del lavoro premia il titolo ottenuto in età matura. Un neolaureato cinquantenne può trovarsi a competere con colleghi di trent'anni più giovani, in un sistema che ancora privilegia l'età anagrafica rispetto alle competenze effettive.
Come rispondono gli atenei
La risposta delle università italiane è stata finora disomogenea. Bologna ha fatto da battistrada, creando sportelli informativi dedicati, organizzando eventi di orientamento per studenti senior e sperimentando forme di tutoraggio tra pari. L'ateneo ha capito che tremila iscritti over 40 non sono una curiosità statistica ma una componente strutturale della propria popolazione studentesca, e come tale va servita. Altre università si stanno muovendo nella stessa direzione, anche se con tempi e modalità diversi. La didattica blended, che combina lezioni in presenza e online, si è diffusa dopo la pandemia e si è rivelata particolarmente adatta agli studenti che lavorano. Alcuni atenei hanno introdotto la possibilità di iscriversi a tempo parziale, distribuendo gli esami su un arco temporale più lungo senza penalizzazioni. Il riconoscimento dei crediti formativi per esperienza professionale, pratica comune in Francia e nel Regno Unito, resta invece marginale in Italia, dove il percorso accademico è ancora rigidamente separato da quello lavorativo. Su questo fronte molto resta da fare. Un sistema universitario che vuole davvero accogliere gli studenti adulti deve ripensare non solo gli orari delle lezioni, ma anche i criteri di valutazione, i servizi di supporto psicologico, le modalità di esame e persino la cultura accademica, ancora fortemente orientata verso lo studente tipo di vent'anni.
Uno sguardo al futuro
Il fenomeno delle matricole over 40 non è destinato a esaurirsi. Le proiezioni demografiche indicano che l'Italia avrà sempre meno diciottenni e sempre più adulti in cerca di riqualificazione. L'intelligenza artificiale sta già modificando interi settori professionali, rendendo obsolete competenze che fino a ieri sembravano solide. La transizione ecologica richiederà figure professionali nuove, con formazioni ibride che oggi non esistono ancora nei cataloghi universitari. In questo scenario, l'università del futuro sarà necessariamente un luogo attraversato da persone di età diverse, con storie diverse, con bisogni diversi. Non più un corridoio che si percorre una volta sola tra i diciotto e i venticinque anni, ma una piazza a cui si torna quando serve, quando si vuole, quando la vita cambia direzione. I tremila studenti senior di Bologna sono l'avanguardia di una trasformazione che riguarda tutti. Raccontano un'Italia che, nonostante le rigidità del proprio sistema formativo e le fragilità del proprio mercato del lavoro, trova ancora nell'istruzione una leva per cambiare. Non sempre per scelta, non sempre con esiti garantiti, ma con una determinazione che merita attenzione e, soprattutto, risposte istituzionali all'altezza della sfida. Il diritto allo studio non ha limiti di età. Forse è arrivato il momento che anche le politiche pubbliche lo riconoscano fino in fondo.