Ogni anno il 15,3% degli studenti che si immatricolano dopo il diploma 2024 lascia o cambia corso entro dodici mesi. Ma il dato complessivo nasconde una forbice profonda: tra i diplomati degli istituti professionali l'abbandono definitivo raggiunge l'11,1%, quasi tre volte il 3,6% registrato tra i liceali. Sono i numeri dell'indagine AlmaDiploma 2025 sui diplomati 2024, integrata con i dati del Rapporto ANVUR 2026. La diagnosi cambia se si guarda chi abbandona, non solo quanti.
Il divario che il dato medio nasconde
Il 15,3% complessivo è composto da due fenomeni distinti: il 5,6% abbandona del tutto, il 9,7% resta nel sistema ma cambia ateneo o corso. È nella prima fascia, quella dell'uscita netta, che le differenze per tipo di diploma pesano di più.
I diplomati tecnici abbandonano al 9,0%, quelli degli istituti professionali all'11,1%. I liceali si fermano al 3,6%. La distanza non misura capacità diverse, ma una diversa familiarità con le regole implicite del percorso universitario: lo studio autonomo, la gestione degli appelli, la capacità di leggere un piano di studi come mappa di competenze future.
I liceali, però, cambiano corso più spesso: l'11,0% si riorientalisi, contro il 7,1% dei tecnici e l'8,3% dei professionali. Chi arriva dal liceo entra più facilmente e può correggersi internamente; chi viene da percorsi tecnico-professionali affronta più spesso una frattura che porta fuori dal sistema in modo definitivo.
Il genere aggiunge un'altra variabile misurabile. L'abbandono è al 7,6% tra gli uomini e al 4,1% tra le donne. Il background familiare incide in modo simile: quando almeno un genitore è laureato, l'abbandono è al 4,3%; quando i genitori hanno al massimo un diploma, sale al 5,9%. La differenza indica una competenza invisibile: conoscere l'università da dentro, prima di entrarci, aiuta a interpretare i segnali di difficoltà.
L'orientamento scolastico che dimezza il rischio
L'indagine AlmaDiploma misura anche l'impatto dell'orientamento ricevuto a scuola. Tra chi giudica le attività di orientamento molto utili, l'abbandono universitario entro il primo anno è al 4,1%. Tra chi le giudica inutili, sale al 7,7%. La stessa forbice vale per il cambio di corso: 7,5% contro 10,8%.
La causa principale dichiarata da chi abbandona non è la difficoltà degli esami, indicata dal 12,1%, ma lo scarso interesse per le discipline del corso, citato dal 35,6% di chi interrompe. Il problema più frequente è lo scarto tra il nome del corso e i contenuti reali incontrati in aula. Una scelta costruita su un'etichetta attraente (scienze della comunicazione, giurisprudenza, economia) senza conoscere i contenuti disciplinari del primo anno espone lo studente a uno shock che molti non reggono.
Le Linee guida nazionali per l'orientamento hanno introdotto moduli obbligatori di almeno 30 ore nelle scuole secondarie superiori, finanziati anche con risorse PNRR. L'efficacia dipenderà dai contenuti: un orientamento che simula la scelta universitaria richiede informazioni sui reali contenuti dei corsi del primo anno, non solo sugli sbocchi lavorativi o sulle classifiche degli atenei.
Più iscritti, meno laureati degli altri: il divario europeo
L'Italia conta 2.050.112 iscritti all'università nel 2024/25, il massimo storico, con una crescita di 296.000 unità rispetto al 2018/19. Ma la quota di laureati tra i 25 e i 34 anni è al 31,6%, contro una media OCSE del 48,4% e una media UE intorno al 44%. Il gap è strutturale: il Rapporto ANVUR 2026 segnala che l'Italia ha registrato la seconda crescita più alta in Europa nelle iscrizioni universitarie tra 2019 e 2023 (+14,4%), ma parte da una base di laureati molto più bassa rispetto agli altri Paesi europei.
Il Rapporto ANVUR 2026 sul sistema universitario italiano segnala anche che il tasso di abbandono tra primo e secondo anno nelle università telematiche ha raggiunto il 18,8%, il valore più alto del sistema, in crescita rispetto al 13,7% del 2018/19. Gli atenei statali si fermano al 13,3%, le università private al 6,4%.
Per uno studente che si immatricola nei prossimi mesi, i dati indicano un'azione concreta: chiedere all'ateneo quali sono i contenuti degli esami del primo semestre, non il nome del corso o la posizione in classifica. Il tipo di diploma e la qualità dell'orientamento ricevuto influenzano il primo anno più di quanto si immagini.