Scuola e politica: il caso del video dei docenti bolognesi "autodenunciati" come di sinistra in risposta al questionario di Azione Studentesca
Indice
* Introduzione al caso e contesto * Il questionario di Azione Studentesca: origini e obiettivi * La reazione dei docenti bolognesi: il video virale dell'autodenuncia * Analisi delle motivazioni: tra ironia, protesta e libertà d’insegnamento * L’impatto sociale e mediatico del caso * La posizione della scuola e delle istituzioni * Il dibattito sulla propaganda politica a scuola * La rimozione del questionario a Pordenone: cronaca e conseguenze * Reazioni del mondo scolastico e della società civile * Considerazioni legali: docenti, dirigenti e la denuncia * Prospettive future: politica, scuola e cittadinanza attiva * Conclusioni e sintesi
Introduzione al caso e contesto
Negli ultimi giorni di gennaio 2026, il mondo della scuola italiana è stato scosso dalla diffusione di un video che sta facendo il giro dei social e dei mezzi d’informazione mainstream. Nel video, alcuni docenti bolognesi si "autodenunciano" come professori "di sinistra", dichiarando con ironia la loro posizione politica in risposta a un questionario diffuso da Azione Studentesca. Il testo del questionario, affisso nei muri di un liceo di Pordenone, chiedeva se nella scuola fossero presenti "professori di sinistra che fanno propaganda politica". La polemica, divenuta immediatamente virale, ha riportato al centro dell’attenzione il delicato rapporto tra scuola, politica e libertà d’insegnamento.
Il questionario di Azione Studentesca: origini e obiettivi
Il fulcro della vicenda nasce con la diffusione, da parte di Azione Studentesca,—un’organizzazione giovanile di tendenza politica conservatrice—di un questionario apparentemente provocatorio. Nel sondaggio, rivolto agli studenti e affisso in alcuni licei del Nord-Est Italia, venivano chieste informazioni circa l’attività di docenti accusati di "fare propaganda politica di sinistra in classe". L’iniziativa aveva lo scopo dichiarato di monitorare presunti casi di "faziosità" nell’insegnamento, dando agli studenti la possibilità di segnalare situazioni considerate irregolari.
Questa scelta ha immediatamente attirato critiche e preoccupazioni, non soltanto nel mondo dell’istruzione, ma anche tra costituzionalisti ed esponenti politici di ogni colore, favorevoli e contrari all’iniziativa. Le parole chiave dell’interrogazione sono diventate ben presto oggetto di dibattito: tra queste, spiccano "questionario Azione Studentesca", "professori propaganda politica scuola" e "scuola scandalo docenti di sinistra".
La reazione dei docenti bolognesi: il video virale dell'autodenuncia
A innescare la viralità del caso è stata la risposta, altrettanto pubblica e visibile, di un gruppo di docenti bolognesi che hanno deciso di rilanciare con un’azione inedita: la "video-autodenuncia". Nel filmato, diventato immediatamente popolare con milioni di visualizzazioni, i professori si filmano mentre dichiarano con tono ironico: "Vi facilito il compito, sono di sinistra". La risposta, per molti versi autoironica ma fortemente assertiva, intende smascherare quello che viene percepito come un tentativo di schedature ideologiche e, al tempo stesso, rivendicare il diritto alla libertà personale e professionale senza doversi nascondere.
Le immagini mostrano chiaramente la volontà di reagire con fermezza—ma anche con leggerezza—al rischio di stigmatizzazione politica nelle scuole.
Analisi delle motivazioni: tra ironia, protesta e libertà d’insegnamento
La scelta dei docenti bolognesi di dichiararsi "pubblicamente di sinistra" risponde a diverse esigenze. Innanzitutto, emerge un forte bisogno di difesa contro forme di controllo percepite come intrusive. Il video, secondo i protagonisti, vuole sdrammatizzare con ironia una questione drammatica: la libertà di insegnamento sancita dalla Costituzione italiana.
I docenti sottolineano come dietro alla legittima discussione politica debba sempre prevalere il rispetto dell’autonomia didattica e della pluralità delle opinioni. Rendere pubblica la propria inclinazione politica in maniera provocatoria è, in questo senso, una sorta di dichiarazione di principio: la scuola deve essere luogo di confronto e crescita, non di sospetti o segnalazioni.
L’iniziativa assume anche contorni più profondi, toccando la simbologia delle "autodenunce" così frequenti nei regimi totalitari e nei periodi storici di repressione. Il riferimento, non celato dagli autori del video, richiama alla necessità di evitare derive autoritarie e di tutelare sempre il pluralismo.
L’impatto sociale e mediatico del caso
L’episodio non è rimasto confinato nei gruppi scolastici o tra gli addetti ai lavori: il video si è rapidamente imposto sui media nazionali, generando un acceso dibattito tra giornali, opinionisti, esponenti politici ed educatori. Hashtag come #docentisinistra e #scuolalibera sono comparsi su Twitter e Facebook, segnando l’ingresso della questione nella sfera dell’opinione pubblica ampia.
Le reazioni sono state le più disparate: c’è chi ha applaudito alla scelta coraggiosa e comunicativa degli insegnanti, mentre altri hanno espresso preoccupazioni circa una politicizzazione eccessiva delle aule scolastiche.
La posizione della scuola e delle istituzioni
Dietro ogni manifestazione pubblica esiste una struttura scolastica chiamata a rispondere e a gestire le possibili conseguenze. Nel caso specifico, l’intervento della dirigente scolastica è stato decisivo: un docente ha infatti denunciato il fatto alla preside dell’istituto e successivamente in prefettura. La dirigente, dopo aver visionato i materiali e ascoltato le parti coinvolte, ha deciso di prendere posizione tutelando la scuola e il corpo docente, rimarcando l’importanza del rispetto reciproco e della collaborazione.
Da parte delle istituzioni centrali e degli uffici scolastici regionali, si è ribadito il principio, sancito dagli articoli 33 e 34 della Costituzione, della libertà di insegnamento e di espressione, purché questa non si trasformi in un abuso di potere ai danni degli studenti.
Il dibattito sulla propaganda politica a scuola
Uno degli aspetti centrali emersi dalla vicenda è il tema della possibile "propaganda politica a scuola". La scuola, come luogo di formazione e cittadinanza consapevole, deve garantire pluralità ed equidistanza. Tuttavia, la presenza in aula di insegnanti con proprie idee politiche non può che essere naturale: ciò che conta è la capacità di trasmettere spirito critico e rispetto delle diverse posizioni.
Gli esperti di pedagogia e diritto scolastico ricordano che esiste una sottile differenza tra la condivisione di opinioni personali e la "propaganda vera e propria", intesa come indottrinamento o influenza indebita sugli studenti. Il principio guida rimane sempre l’imparzialità, la trasparenza e il coinvolgimento attivo degli studenti.
La rimozione del questionario a Pordenone: cronaca e conseguenze
Tra i punti di maggiore rilievo vi è stata la rimozione tempestiva del questionario dalle mura del liceo a Pordenone, a seguito della denuncia di un docente e dell’intervento della dirigente scolastica. L’episodio ha suscitato interrogativi sulla gestione delle iniziative studentesche e sui limiti della libertà di associazione all’interno delle scuole.
Secondo quanto ricostruito, la scuola ha deciso di agire rapidamente sia per evitare possibili tensioni tra studenti e docenti sia per preservare il clima d’inclusione. Le spiegazioni fornite agli studenti sono state chiare: ognuno ha il diritto di esprimere la propria opinione, ma non di segnalare anonimamente i professori sulla base di una presunta, e non comprovata, attività politica in classe.
Reazioni del mondo scolastico e della società civile
La vicenda ha coinvolto rapidamente sindacati, associazioni studentesche, famiglie e osservatori esterni. L’ANP (Associazione Nazionale Presidi) e i maggiori sindacati degli insegnanti hanno difeso a più riprese il corpo docente, chiedendo un quadro normativo chiaro che protegga sia liberi scambi di opinioni che la sicurezza psicologica degli insegnanti.
Anche le associazioni studentesche si sono divise. Una parte dei ragazzi ha visto nel questionario uno strumento di mobilitazione, altri hanno espresso forte disagio per aver visto la propria scuola trasformata in campo di battaglia politica, temendo una progressiva perdita di serenità nell’ambiente scolastico.
Considerazioni legali: docenti, dirigenti e la denuncia
Sotto il profilo giuridico, la domanda centrale diventa: la denuncia di un docente in prefettura e alla dirigente è fondata? La risposta, secondo la giurisprudenza amministrativa, è che nessun testo regolamentare sospende il diritto degli insegnanti a manifestare la propria posizione politica—purché ciò avvenga fuori dal contesto didattico o senza influenzare negativamente studenti e programmi. La dirigente ha dunque assolto ai suoi compiti prevenendo tensioni e richiamando tutti al rispetto della deontologia professionale.
Rimane il nodo dell’equilibrio fra libertà d’insegnamento e dovere di imparzialità, nonché la necessità di chiarire i confini delle attività associative studentesche dentro la scuola.
Prospettive future: politica, scuola e cittadinanza attiva
Gli eventi di Pordenone e Bologna pongono una questione di fondo sull’educazione civica e sulla capacità della scuola italiana di gestire il pluralismo ideologico. Si apre così una riflessione più ampia: come conciliare passione civile, spirito critico e rispetto delle differenze?
I docenti, come testimonia la “video autodenuncia”, restano al centro di un confronto acceso, chiamati ogni giorno a trasmettere valori costituzionali e a gestire il dialogo tra opinione e neutralità. Una sfida antica, eppure sempre attuale, resa ancora più attuale dalle nuove dinamiche social e dalla rapidità con cui le notizie—vere o presunte tali—si diffondono nella società contemporanea.
Conclusioni e sintesi
Alla luce di quanto analizzato, il caso del video dei docenti bolognesi e della rimozione del questionario a Pordenone rappresentano un vero e proprio “caso scuola” italiano. Il ruolo degli insegnanti, la gestione dei conflitti politici nel contesto scolastico e la tutela dei diritti fondamentali restano temi imprescindibili per il futuro della formazione e della cittadinanza attiva nei nostri istituti.
In sintesi, serve una scuola realmente capace di custodire la pluralità, l’uguaglianza e il rispetto, senza cedere alle derive ideologiche ma anche senza reprimere l’espressione critica e la vitalità civile dei suoi protagonisti.