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Riforma degli istituti tecnici: il vero taglio che nessuno racconta riguarda le lingue straniere

Mentre il dibattito pubblico si è concentrato sulla riduzione di un'ora di italiano, passano quasi inosservate le sforbiciate alle lingue comunitarie nell'indirizzo RIM. Seconda lingua da 3 a 2 ore, terza lingua ridotta a un'ora: ecco cosa cambia davvero

* Il taglio nascosto dietro il dibattito sull'italiano * Cosa cambia nel biennio e nel triennio RIM * La terza lingua comunitaria: da pilastro a comparsa * L'autonomia curricolare non è una garanzia * Un paradosso tutto italiano

Il taglio nascosto dietro il dibattito sull'italiano {#il-taglio-nascosto-dietro-il-dibattito-sullitaliano}

Per settimane la polemica sulla riforma degli istituti tecnici ha ruotato attorno a un unico punto: la riduzione di un'ora settimanale di italiano. Comprensibile, certo. L'italiano è una materia simbolica, toccarne il monte ore equivale a sollevare un vespaio. Ma mentre l'opinione pubblica e buona parte della stampa concentravano lo sguardo su quella singola ora, una sforbiciata ben più pesante passava quasi del tutto inosservata.

A farne le spese sono le lingue straniere comunitarie, soprattutto nell'indirizzo Relazioni Internazionali per il Marketing (RIM) — paradossalmente l'articolazione che sulle lingue ha costruito la propria ragion d'essere. Stando a quanto emerge dal nuovo quadro orario previsto per il 2026/2027, le riduzioni sono tutt'altro che marginali. Chi volesse avere un quadro complessivo delle importanti novità per gli istituti tecnici a partire dal 2026/2027 troverà un panorama in cui le lingue straniere rappresentano il capitolo più sacrificato.

Cosa cambia nel biennio e nel triennio RIM {#cosa-cambia-nel-biennio-e-nel-triennio-rim}

I numeri parlano da soli.

Nel biennio, la seconda lingua comunitaria scende da 3 a 2 ore settimanali. Una riduzione di un terzo del monte ore, che in una fase cruciale dell'apprendimento linguistico — quella in cui si consolidano le basi grammaticali e comunicative — rischia di compromettere seriamente l'efficacia della didattica.

Nel triennio la situazione peggiora ulteriormente. Nell'ultimo anno la seconda lingua comunitaria viene compressa fino a una sola ora settimanale. Chiunque abbia una minima esperienza di insegnamento sa cosa significhi: un'ora alla settimana non consente di mantenere un livello adeguato di competenza, tantomeno di portarlo a maturazione in vista dell'esame di Stato e, soprattutto, del mondo del lavoro.

Vale la pena ricordare che l'indirizzo RIM è stato concepito esattamente per formare figure professionali capaci di operare in contesti internazionali. Le aziende che esportano, le imprese che lavorano con partner europei ed extraeuropei, i settori del turismo e del commercio estero: tutti ambiti che richiedono competenze linguistiche solide, non residuali.

La terza lingua comunitaria: da pilastro a comparsa {#la-terza-lingua-comunitaria-da-pilastro-a-comparsa}

Se il ridimensionamento della seconda lingua è preoccupante, quello della terza lingua comunitaria rasenta lo smantellamento. Le ore settimanali passano da 3 a 1. Una contrazione drastica, che trasforma di fatto un insegnamento strutturato in poco più di un'infarinatura.

Con un'ora alla settimana — parliamo di circa 33 ore annue — è lecito chiedersi quale livello di competenza linguistica sia realisticamente raggiungibile. La risposta, per gli addetti ai lavori, è scontata: molto poco. Si rischia di consegnare agli studenti un attestato che certifica la frequenza di un corso, non una competenza spendibile.

Questo aspetto della riforma stride con la retorica dell'internazionalizzazione che accompagna ormai da anni i documenti programmatici del Ministero dell'Istruzione e del Merito. Da un lato si invocano il multilinguismo e la mobilità europea, dall'altro si tolgono le ore necessarie a costruirli.

L'autonomia curricolare non è una garanzia {#lautonomia-curricolare-non-è-una-garanzia}

A chi solleva obiezioni, la risposta istituzionale è quasi sempre la stessa: le scuole potranno utilizzare la quota di autonomia curricolare per compensare le riduzioni. Sulla carta è vero. Gli istituti hanno margini di flessibilità che consentono di riallocare una parte delle ore.

Ma la realtà è più complicata.

* L'autonomia curricolare richiede risorse organiche, e molti istituti tecnici operano già con organici risicati. * Le ore di autonomia sono contese tra più discipline: ogni dipartimento chiede il proprio spazio. * Non esiste alcun obbligo per le scuole di destinare la quota autonoma al potenziamento linguistico. Si tratta di una facoltà, non di una prescrizione. * Le scelte dipendono dalla sensibilità dei singoli collegi docenti e dei dirigenti scolastici, con inevitabili disparità territoriali.

Il rischio concreto, insomma, è che la compensazione resti sulla carta. In alcune scuole funzionerà, in molte altre no. E saranno gli studenti a pagarne il prezzo, soprattutto quelli che frequentano istituti in aree con meno risorse — dove, peraltro, le competenze linguistiche rappresenterebbero il principale strumento di emancipazione professionale.

La questione della governance scolastica, del resto, è al centro di un più ampio ripensamento. Come sottolineato dalla recente discussione sulla riforma scolastica che prevede la presenza dei genitori nel Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione, le decisioni che incidono sull'offerta formativa chiamano in causa una pluralità di attori che non sempre riescono a far sentire la propria voce in tempo utile.

Un paradosso tutto italiano {#un-paradosso-tutto-italiano}

C'è qualcosa di profondamente contraddittorio nel tagliare le lingue straniere proprio nell'indirizzo che dovrebbe farne il proprio punto di forza. È come se si decidesse di ridurre le ore di laboratorio in un istituto a vocazione scientifica: non un semplice aggiustamento, ma un cambio di identità.

Il contesto europeo, peraltro, va nella direzione opposta. Il Quadro strategico per la cooperazione europea nel settore dell'istruzione ribadisce l'obiettivo di portare ogni cittadino a padroneggiare almeno due lingue oltre alla propria. La Francia ha rafforzato l'insegnamento delle lingue nella filiera tecnica; la Germania mantiene standard elevati nei _Berufsschulen_. L'Italia, con questa riforma, sembra muoversi controcorrente.

Non si tratta di nostalgia per il vecchio quadro orario. Le riforme sono necessarie, e nessun sistema scolastico può restare immobile. Ma una riforma che incide così pesantemente su una competenza strategica — quella linguistica — senza prevedere meccanismi compensativi obbligatori e verificabili, solleva interrogativi seri sulla visione complessiva dell'istruzione tecnica nel nostro Paese.

Il disagio nelle scuole, d'altra parte, non è un fenomeno isolato. Basti pensare alla protesta degli studenti contro l'accorpamento degli istituti nella Regione Lazio, segnale di un malessere più ampio che attraversa il mondo della scuola italiana e che la politica sembra intercettare con difficoltà.

La questione, ora, è se il Parlamento e il Ministero vorranno intervenire con correttivi prima che il nuovo ordinamento entri a regime. Oppure se le lingue straniere negli istituti tecnici diventeranno — come temono in molti — l'ennesima vittima silenziosa di una riforma raccontata a metà.

Pubblicato il: 18 marzo 2026 alle ore 11:55