* Il prezzo dell'abilitazione: fino a 3.000 euro senza sconti * Corsi in ritardo, scuole fantasma e orari impossibili * Docenti universitari che non hanno mai messo piede in una classe * Contenuti teorici e disconnessi dalla realtà scolastica * Un sistema che premia le casse, non il merito
C'è qualcosa di profondamente storto in un sistema che chiede a chi vuole insegnare di spendere migliaia di euro per frequentare corsi giudicati inutili, in orari impossibili, con docenti che della scuola reale sanno poco o nulla. Eppure è esattamente ciò che accade in Italia con il percorso abilitante da 60 CFU, la via obbligata per accedere alla prima fascia delle graduatorie provinciali per le supplenze (GPS) e ottenere l'abilitazione all'insegnamento.
Quello che sulla carta dovrebbe essere uno strumento di qualificazione professionale si sta rivelando, stando a quanto emerge dalle testimonianze di centinaia di aspiranti docenti, un costoso "buco nero" che inghiotte tempo, denaro e motivazione.
Il prezzo dell'abilitazione: fino a 3.000 euro senza sconti {#il-prezzo-dellabilitazione-fino-a-3000-euro-senza-sconti}
Partiamo dai numeri, che sono eloquenti. Il costo del percorso abilitante si aggira tra i 2.800 e i 3.000 euro. Una cifra considerevole, soprattutto se si tiene conto di un dettaglio tutt'altro che marginale: non sono previste esenzioni per reddito. Nessuna fascia ISEE che alleggerisca il peso. Nessuna borsa di studio. Chi vuole abilitarsi paga, punto.
Per un precario della scuola che vive di supplenze a singhiozzo, si tratta di un investimento pesante. E la domanda che molti si pongono è legittima: a fronte di questa spesa, cosa si ottiene davvero? La risposta, purtroppo, è scoraggiante.
Va ricordato che chi completa il percorso deve poi affrontare un iter burocratico non banale. Per chi fosse interessato ai passaggi successivi, è utile consultare le indicazioni sulla certificazione dell'abilitazione: ecco come procedere per gli aspiranti insegnanti, un aspetto che aggiunge ulteriore complessità a un quadro già farraginoso.
Corsi in ritardo, scuole fantasma e orari impossibili {#corsi-in-ritardo-scuole-fantasma-e-orari-impossibili}
La disorganizzazione è forse l'aspetto più esasperante. I corsi partono sistematicamente in ritardo rispetto ai calendari annunciati, costringendo i corsisti a rimodulare impegni lavorativi e familiari senza alcuna certezza sulle tempistiche reali.
Ma il problema non si ferma qui. Le scuole designate per ospitare i tirocini abilitanti non risultano sempre accreditate. Un paradosso che mina alla radice la credibilità formativa dell'intero percorso: si chiede agli aspiranti insegnanti di fare esperienza sul campo in strutture che, formalmente, non possiedono i requisiti per formarli.
E poi ci sono gli orari. Lezioni piazzate fino a tarda sera, spesso protratte nel fine settimana. Una scelta che tradisce una concezione del corsista come soggetto privo di altri impegni, quando la realtà è esattamente opposta. La maggior parte di chi frequenta questi percorsi lavora già, spesso proprio nelle scuole, come supplente. Pretendere che segua lezioni alle 21 di un mercoledì o alle 9 di un sabato mattina, dopo una settimana di cattedra, è quantomeno irragionevole.
Docenti universitari che non hanno mai messo piede in una classe {#docenti-universitari-che-non-hanno-mai-messo-piede-in-una-classe}
Un altro nodo critico riguarda chi quei corsi li tiene. Molti corsisti segnalano la presenza di docenti con poca o nessuna esperienza pratica dell'insegnamento scolastico. Accademici preparati sul piano teorico, certamente, ma incapaci di trasmettere quelle competenze concrete che servono davvero quando ci si trova davanti a una classe di trenta adolescenti.
È il paradosso dei paradossi: un percorso pensato per preparare alla pratica dell'insegnamento viene affidato a chi quella pratica non l'ha mai vissuta. Come se un corso di chirurgia fosse tenuto esclusivamente da anatomopatologi. Il sapere c'è, ma manca il saper fare.
Contenuti teorici e disconnessi dalla realtà scolastica {#contenuti-teorici-e-disconnessi-dalla-realtà-scolastica}
E arriviamo al cuore della questione: cosa si impara, concretamente, in questi corsi? Stando alle valutazioni di chi li ha frequentati, ben poco di spendibile in aula. I contenuti vengono descritti come eccessivamente teorici, ripetitivi, scollegati dalle dinamiche reali di una classe.
Si studiano modelli pedagogici astratti, si compilano portfolio digitali, si affrontano esami su nozioni che qualsiasi laureato con anni di supplenze alle spalle padroneggia già. Manca, in modo clamoroso, un confronto serio con i problemi quotidiani dell'insegnamento: la gestione dei comportamenti problema, l'inclusione effettiva degli alunni con BES, la progettazione didattica calata nei contesti reali, la relazione con le famiglie.
Chi ha già lavorato nella scuola, magari per anni, si ritrova a frequentare lezioni che non aggiungono nulla al proprio bagaglio professionale. Una frustrazione che alimenta un sentimento diffuso: quello di essere di fronte a un obbligo formale, non a una reale opportunità di crescita.
Un sistema che premia le casse, non il merito {#un-sistema-che-premia-le-casse-non-il-merito}
La critica di fondo è strutturale e riguarda la filosofia stessa del sistema. Il percorso abilitante da 60 CFU, così come è attualmente configurato, non sembra progettato per selezionare e formare i migliori insegnanti. Sembra piuttosto un meccanismo che trasferisce risorse economiche dai precari alle università, senza un reale ritorno in termini di qualità della formazione.
Non si tratta di mettere in discussione la necessità di un percorso abilitante. Nessuno contesta il principio: chi insegna deve essere preparato. Il problema è come quel principio viene tradotto nella pratica. Un percorso che costa troppo, che è organizzato male, che offre contenuti inadeguati e che non tiene conto dell'esperienza già maturata sul campo non forma insegnanti migliori. Li impoverisce e basta.
Il confronto con quanto accade sul versante concorsuale rende il quadro ancora più stridente. Mentre il sistema abilitante arranca tra ritardi e disorganizzazione, il Concorso PNRR 2 ha registrato risultati incoraggianti per diversi candidati, dimostrando che quando le procedure funzionano, il merito riesce a emergere.
La questione resta aperta e chiama in causa direttamente il Ministero dell'Istruzione e del Merito, che quel merito lo porta nel nome ma fatica a tutelarlo nei fatti. Servirebbe un ripensamento profondo: abbattere i costi per le fasce di reddito più basse, accreditare con rigore le scuole per i tirocini, riprogettare i contenuti formativi in chiave pratica, coinvolgere docenti con esperienza reale di aula.
Finché ciò non accadrà, il percorso abilitante continuerà a essere percepito per quello che, nei fatti, troppo spesso è: un pedaggio obbligatorio che non rende migliore né chi lo paga, né la scuola che dovrebbe beneficiarne.