* Il mantra che non risolve nulla * Una scuola sommersa da tutto tranne che dalla cultura * Il definanziamento cronico: la vera emergenza * Ventunomila laureati in fuga: il sintomo di un sistema malato * Restituire alla scuola ciò che è della scuola
Il mantra che non risolve nulla {#il-mantra-che-non-risolve-nulla}
C'è una frase che in Italia mette d'accordo tutti, trasversalmente, da sinistra a destra, dai talk show ai documenti ministeriali: _"Bisogna cominciare dalla Scuola"_. La pronunciano i politici quando si parla di criminalità giovanile. La ripetono gli esperti quando emergono dati allarmanti sull'analfabetismo funzionale. La invocano gli editorialisti ogni volta che un fatto di cronaca scuote le coscienze.
È un mantra consolatorio. E come tutti i mantra, a forza di ripeterlo, ha perso significato.
Perché il problema non è riconoscere alla scuola un ruolo centrale nella società, cosa peraltro ovvia. Il problema è cosa si intende concretamente quando si dice _"cominciare dalla Scuola"_. Nella pratica, questa formula si traduce quasi sempre nello scaricare sul sistema scolastico responsabilità che appartengono ad altre istituzioni, ad altre politiche, ad altri ambiti della vita pubblica. E nel frattempo la scuola, quella vera, quella che dovrebbe insegnare a leggere il mondo attraverso la conoscenza, boccheggia.
Una scuola sommersa da tutto tranne che dalla cultura {#una-scuola-sommersa-da-tutto-tranne-che-dalla-cultura}
Chiunque lavori oggi nella scuola pubblica italiana sa di cosa stiamo parlando. L'elenco delle "nuove educazioni" che negli ultimi anni sono state riversate sulle spalle dei docenti è impressionante: educazione stradale, educazione alimentare, educazione finanziaria, educazione all'affettività, educazione digitale, educazione ambientale, educazione alla legalità. A queste si aggiungono i progetti più disparati, spesso legati a bandi e finanziamenti esterni, che frammentano il tempo scuola e sottraggono ore alla didattica curricolare.
Ognuna di queste iniziative, presa singolarmente, ha una sua ragionevolezza. Nessuno nega che i giovani debbano imparare a gestire il denaro o a rispettare l'ambiente. Ma il punto è un altro: la scuola non può essere la discarica di tutti i problemi sociali irrisolti del Paese. Non può sostituirsi alle famiglie, ai servizi sociali, alle politiche sanitarie, alle forze dell'ordine, al welfare che non c'è.
Quando si chiede alla scuola di fare tutto, le si impedisce di fare bene l'unica cosa che davvero le compete: trasmettere cultura, costruire pensiero critico, combattere l'ignoranza. Quella che don Lorenzo Milani chiamava la differenza tra il "sovrano" e il "suddito": la parola, il sapere, la capacità di comprendere e di esprimersi.
Nel frattempo, le ore di italiano, matematica, storia e scienze restano le stesse di decenni fa, quando non vengono ridotte per far spazio all'ennesimo progetto trasversale. I docenti compilano moduli, partecipano a riunioni su riunioni, inseguono scadenze burocratiche. E il tempo per insegnare, semplicemente insegnare, si riduce.
Non a caso, le tensioni sul fronte delle riforme didattiche continuano a crescere. Stando a quanto emerge dalle mobilitazioni più recenti, il malcontento nel mondo della scuola è diffuso e profondo, come dimostra lo Sciopero Nazionale della Scuola il 7 Maggio: Prove Invalsi e Indicazioni Nazionali sotto Accusa, che ha portato in piazza migliaia di lavoratori del comparto.
Il definanziamento cronico: la vera emergenza {#il-definanziamento-cronico-la-vera-emergenza}
Dietro la retorica del "cominciare dalla Scuola" si nasconde una contraddizione brutale. L'Italia è tra i Paesi europei che investono meno nell'istruzione pubblica in rapporto al PIL. Non è un'opinione: sono i dati Eurostat e OCSE a certificarlo, anno dopo anno, rapporto dopo rapporto.
La crisi della scuola italiana non nasce da una carenza di progetti o di buone intenzioni. Nasce da un definanziamento sistematico che dura ormai da oltre un ventennio, trasversale ai governi di ogni colore. Meno fondi significa edifici scolastici fatiscenti, laboratori inesistenti, classi sovraffollate, stipendi tra i più bassi d'Europa per i docenti, personale ATA insufficiente, supplenze che non si riescono a coprire.
Significa, soprattutto, che il Paese dichiara a parole di credere nella scuola e nei fatti la abbandona. Si moltiplicano le richieste, si tagliano le risorse. È una dinamica perversa che produce un risultato inevitabile: un sistema educativo che arranca, incapace di svolgere la sua funzione primaria.
E mentre si discute di come introdurre l'intelligenza artificiale nelle aule, come emerge dal dibattito sulla Rivoluzione Didattica: La Visione di Giannelli Sull'Intelligenza Artificiale nella Scuola, ci sono istituti dove manca la carta per le fotocopie. La forbice tra le ambizioni dichiarate e la realtà quotidiana delle scuole italiane si allarga ogni giorno di più.
Ventunomila laureati in fuga: il sintomo di un sistema malato {#ventunomila-laureati-in-fuga-il-sintomo-di-un-sistema-malato}
I numeri, quando li si guarda con onestà, raccontano una storia che nessun progetto scolastico può mascherare. Secondo le stime più recenti, oltre 21.000 giovani laureati hanno lasciato l'Italia nel 2023. Non si tratta di un fenomeno nuovo, ma di un'emorragia che si aggrava. Sono ragazze e ragazzi che la scuola pubblica ha formato, spesso bene, e che il Paese non riesce a trattenere.
La cosiddetta fuga dei cervelli non è un problema della scuola. È un problema del sistema Paese: del mercato del lavoro, delle retribuzioni inadeguate, della mancanza di investimenti in ricerca e sviluppo, di una burocrazia che soffoca le opportunità. Eppure, anche in questo caso, il riflesso pavloviano è sempre lo stesso: "bisogna cominciare dalla Scuola". Come se un diverso approccio didattico potesse compensare stipendi da fame e contratti precari.
Questo dato, peraltro, si lega a doppio filo con la questione del reclutamento docente. Da un lato si celebrano i successi dei Concorso PNRR 2: Successi tra gli Aspiranti Docenti nella Scuola dell'Infanzia e Primaria, dall'altro resta il problema strutturale di un corpo docente sottopagato, invecchiato e spesso demotivato. Attrarre i migliori nella professione insegnante richiede ben più di un concorso: richiede un cambio di paradigma nel modo in cui il Paese considera e remunera chi lavora nella formazione delle nuove generazioni.
Restituire alla scuola ciò che è della scuola {#restituire-alla-scuola-ciò-che-è-della-scuola}
La questione, alla fine, è semplice nella sua formulazione e complessa nella sua realizzazione. La scuola ha un compito fondamentale: liberare dall'ignoranza. Dare a ogni cittadino gli strumenti per comprendere la realtà, esercitare il pensiero critico, partecipare consapevolmente alla vita democratica. È l'articolo 34 della Costituzione, è il senso profondo dell'istruzione pubblica.
Tutto il resto, per quanto meritevole, viene dopo. O meglio: viene altrove. L'educazione stradale la faccia il Ministero dei Trasporti con campagne dedicate. L'educazione alimentare la promuova il sistema sanitario. La prevenzione delle dipendenze spetti ai servizi sociali e alle ASL. La scuola non può essere il tappabuchi universale di una società che non sa dove collocare i propri problemi.
Questo non significa chiudere le aule al mondo esterno. Significa avere il coraggio di stabilire delle priorità. E la priorità, oggi più che mai, è che troppi studenti escono dal percorso scolastico senza saper comprendere un testo complesso, senza conoscere la storia del proprio Paese, senza padroneggiare gli strumenti matematici di base. I dati INVALSI e le indagini OCSE-PISA lo documentano impietosamente.
Finché la politica continuerà a usare la scuola come alibi per non affrontare i nodi strutturali del Paese, finché investire nell'istruzione resterà uno slogan elettorale anziché una voce seria di bilancio, la spirale non si invertirà. La scuola italiana ha bisogno di meno retorica e di più risorse. Di meno progetti estemporanei e di più ore dedicate alla conoscenza. Di meno deleghe improprie e di più rispetto per la sua missione.
Il resto è rumore. E di rumore, nelle aule italiane, ce n'è già fin troppo.