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Genova, studentessa con disabilità costretta a cambiare scuola: nessuno poteva accompagnarla in bagno

La vicenda di Vittoria, 17 anni ed ex atleta paralimpica, che dopo mesi di battaglie della famiglia si è vista negare l'assistenza igienica. La denuncia all'Ufficio scolastico regionale non ha risolto il problema: l'unica via è stata il trasferimento

* La storia di Vittoria * Il muro burocratico: assicurazioni, regolamenti e responsabilità * La proposta rifiutata e la denuncia * Il trasferimento come unica soluzione * Un problema che va oltre il caso singolo

La storia di Vittoria {#la-storia-di-vittoria}

Vittoria ha diciassette anni, una carriera da atleta paralimpica nel tennistavolo e una determinazione che chi la conosce definisce fuori dal comune. Eppure, nemmeno quella determinazione è bastata a superare un ostacolo che non aveva nulla a che fare con lo sport o con lo studio: la mancanza di assistenza per accedere ai servizi igienici della sua scuola, a Genova.

La ragazza, che a causa dell'evoluzione della propria condizione non era più autosufficiente per recarsi alla toilette, si è ritrovata di fronte a un sistema incapace di garantirle un diritto elementare. Non parliamo di tecnologie didattiche avanzate, di laboratori attrezzati o di percorsi personalizzati. Parliamo di poter andare in bagno durante l'orario scolastico.

La madre ha raccontato la vicenda dopo mesi di tentativi andati a vuoto, confronti con il corpo docente, colloqui con i referenti del sostegno. Un dialogo che si è trascinato senza produrre alcuna soluzione concreta.

Il muro burocratico: assicurazioni, regolamenti e responsabilità {#il-muro-burocratico-assicurazioni-regolamenti-e-responsabilita}

Il nodo della questione, stando a quanto emerge dalla ricostruzione dei fatti, è insieme semplice e paradossale. Gli insegnanti non potevano occuparsi dell'assistenza igienica perché privi di copertura assicurativa per quel tipo di mansione. Una posizione comprensibile sul piano formale — il personale docente non è formato né contrattualmente tenuto a svolgere funzioni di assistenza alla persona — ma che nei fatti ha lasciato una studentessa senza alcun supporto.

La normativa italiana sul tema è chiara, almeno nei principi. La legge 104 del 1992 e il successivo decreto legislativo 66 del 2017 sull'inclusione scolastica attribuiscono agli enti locali la responsabilità di fornire l'assistenza per l'autonomia e la comunicazione personale degli alunni con disabilità. Per le scuole superiori, questo compito spetta alle Province o alle Città metropolitane. L'operatore socio-sanitario dedicato avrebbe dovuto essere una figura garantita, non un lusso.

Ma tra il dettato normativo e la realtà quotidiana delle scuole italiane esiste spesso una distanza abissale. Risorse insufficienti, organici ridotti, procedure lente. Il risultato è che famiglie come quella di Vittoria restano sole a gestire emergenze che il sistema dovrebbe prevenire. La scuola italiana sembra sempre più in difficoltà nel rispondere ai bisogni reali di chi la frequenta — e non solo sul piano della comunicazione didattica.

La proposta rifiutata e la denuncia {#la-proposta-rifiutata-e-la-denuncia}

Di fronte allo stallo, la famiglia ha tentato una strada alternativa. Ha proposto di far intervenire operatori socio-sanitari volontari, figure qualificate disposte a prestare assistenza a titolo gratuito pur di consentire a Vittoria di continuare a frequentare la propria scuola.

La proposta è stata respinta. Le ragioni, ancora una volta, sono ricadute nel perimetro delle responsabilità formali: la presenza di personale esterno non inquadrato nell'organizzazione scolastica poneva problemi di natura assicurativa e regolamentare. Un rifiuto che, per quanto motivato da cautele giuridiche, ha rappresentato per la famiglia l'ennesima porta chiusa.

A quel punto la madre ha deciso di formalizzare una denuncia all'Ufficio scolastico regionale della Liguria, sperando che l'intervento dell'autorità amministrativa potesse sbloccare la situazione. L'USR ha preso in carico il caso, ma l'esito non è stato quello sperato dalla famiglia.

Il trasferimento come unica soluzione {#il-trasferimento-come-unica-soluzione}

Anziché trovare il modo di garantire l'assistenza nell'istituto frequentato da Vittoria, la decisione è stata quella di disporre il trasferimento della studentessa in un altro istituto genovese, presumibilmente dotato di risorse e personale adeguati.

Una soluzione che risolve il problema immediato — Vittoria potrà contare sull'assistenza di cui ha bisogno — ma che solleva interrogativi profondi. Perché a dover cambiare è stata la studentessa, non il sistema che ha prodotto il disservizio? E cosa accade a quegli studenti le cui famiglie non hanno la forza, le competenze o semplicemente il tempo di portare avanti una battaglia del genere?

Per Vittoria il trasferimento significa lasciare compagni di classe, amicizie costruite negli anni, un ambiente conosciuto. A diciassette anni, nel pieno dell'adolescenza, non è un dettaglio. È uno sradicamento che si aggiunge a una condizione già complessa.

Un problema che va oltre il caso singolo {#un-problema-che-va-oltre-il-caso-singolo}

La vicenda di Genova non è un caso isolato. Il tema dell'assistenza igienica e personale per gli alunni con disabilità rappresenta una delle zone grigie più critiche del sistema scolastico italiano. Le competenze si sovrappongono — Stato, Regioni, enti locali, dirigenti scolastici — e nelle pieghe di questa sovrapposizione si perdono i diritti delle persone.

Secondo i dati ISTAT più recenti, circa il 3,6% degli studenti italiani presenta una forma di disabilità certificata. Numeri significativi, a fronte dei quali il sistema di supporto mostra crepe strutturali che nessuna riforma è riuscita finora a colmare del tutto. I posti di sostegno scolastico vengono assegnati spesso in ritardo, le figure di assistenza specialistica scarseggiano, i fondi degli enti locali sono cronicamente insufficienti.

Il caso di Vittoria racconta in fondo qualcosa di più ampio: una scuola che fatica a essere davvero inclusiva quando l'inclusione richiede non solo buone intenzioni, ma risorse concrete, personale formato e procedure che funzionino. La stessa scuola che si interroga — giustamente — su come integrare l'intelligenza artificiale nella didattica e che affronta le tensioni legate alle riforme delle Indicazioni nazionali, ma che su questioni basilari come il diritto di una ragazza ad andare in bagno si scopre ancora, nel 2026, drammaticamente impreparata.

Vittoria, intanto, ricomincia. In un'altra scuola, con altri volti attorno. Con la stessa forza che l'ha portata a competere come atleta paralimpica. Ma con una cicatrice in più, che non avrebbe dovuto ricevere.

Pubblicato il: 16 marzo 2026 alle ore 08:09