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Generazione sotto pressione: quando l'ansia da prestazione scolastica diventa un'emergenza nazionale

Uno studente universitario su due ha mentito sui propri risultati accademici. Oltre l'80% dei liceali si dichiara stressato. I dati rivelano un malessere sistemico che va ben oltre la fragilità individuale.

Sommario

* Due tragedie, un unico filo rosso * Il disamore per la scuola: i numeri del rapporto HBSC * La trappola universitaria: mentire per sopravvivere * Un malessere che travalica le aule * Ripensare il sistema: dalla selezione alla cura

Due tragedie, un unico filo rosso

A Roma, un ragazzino di 13 anni si lancia nel vuoto lasciando un biglietto con poche parole devastanti: "Sono stanco della scuola". A poche ore di distanza, nella stessa città, una ragazza di 23 anni viene trovata senza vita nell'androne del suo palazzo, proprio nel giorno in cui la famiglia avrebbe dovuto festeggiare una laurea che non esisteva. Due episodi distanti per età e contesto formativo, eppure legati da un filo rosso impossibile da ignorare: il peso schiacciante delle aspettative e un'ansia da prestazione che consuma dall'interno. Sarebbe comodo liquidare queste vicende come tragedie individuali, frutto di fragilità personali o contesti familiari particolari. Ma i dati raccontano un'altra storia. Secondo le rilevazioni più recenti, oltre la metà degli adolescenti italiani tra i 15 e i 17 anni non vuole andare a scuola a causa dello stress, mentre all'università circa 1 studente su 2 arriva a mentire sulla propria carriera accademica per non deludere chi gli sta intorno. Numeri che il portale Skuola.net ha messo in fila, costringendoci a guardare oltre la cronaca nera e a interrogarci su cosa accada molto prima del punto di rottura.

Il disamore per la scuola: i numeri del rapporto HBSC

Il malessere non esplode all'improvviso. Cova a lungo, spesso fin dai banchi delle medie. A fotografare la situazione è l'ultimo rapporto HBSC (Health Behaviour in School-aged Children), lo studio internazionale promosso dall'Organizzazione Mondiale della Sanità e curato in Italia dall'Istituto Superiore di Sanità, che ha coinvolto un campione imponente di oltre 89.000 ragazzi tra gli 11 e i 17 anni. I risultati sono inequivocabili. Se tra gli 11-13enni una maggioranza superiore al 50-60% dichiara ancora di apprezzare l'ambiente scolastico, crescendo l'entusiasmo crolla in modo vertiginoso. Nella fascia 15-17 anni, circa 1 studente su 2 non ama più andare a scuola. Le percentuali di gradimento precipitano sotto la soglia del 50%, soprattutto tra i ragazzi più grandi. Alla radice di questo rifiuto c'è un'ansia dilagante: sempre nella stessa fascia d'età, oltre l'80% degli studenti si dichiara stressato dal carico di lavoro scolastico, tra compiti, interrogazioni e verifiche continue. Come evidenziato anche da recenti approfondimenti sull'infanzia e la salute mentale il disagio psicologico giovanile è un fenomeno che richiede attenzione urgente da parte del mondo adulto.

La trappola universitaria: mentire per sopravvivere

Se la scuola superiore esaurisce, l'università rischia di isolare definitivamente. Il caso della ventitreenne siciliana trasferitasi a Roma per inseguire il sogno della laurea, suo o della famiglia, rappresenta l'esito estremo di un meccanismo ben noto agli addetti ai lavori: la cosiddetta _sindrome dell'impostore_, quella spirale di bugie che si stringe inesorabilmente attorno a chi resta indietro. Un'indagine di Skuola.net su 1.100 studenti universitari svela i contorni di questa emergenza silenziosa. Ben 7 universitari su 10 avvertono la pressione di dover raggiungere obiettivi dettati dalla famiglia, dalla competizione con i coetanei o dai modelli performanti proposti dai social media. Di questi, la metà sente quel peso ogni singolo giorno. Quando la pressione diventa intollerabile, la bugia si trasforma nell'unica via di fuga: 1 studente su 2 confessa di aver mentito almeno una volta sul proprio andamento accademico. C'è chi nasconde un esame fallito, chi inventa voti mai presi, chi arriva a simulare intere sessioni o l'imminenza di una laurea fantasma. E le istituzioni? Solo 1 universitario su 4 si dichiara soddisfatto dell'attenzione che il proprio Ateneo riserva al benessere mentale degli iscritti.

Un malessere che travalica le aule

L'ansia scolastica e universitaria non nasce nel vuoto. Si inserisce in un quadro di insoddisfazione generazionale più ampio, certificato dal XVI Atlante dell'Infanzia (a rischio) di _Save the Children_, secondo cui il livello complessivo di soddisfazione per la propria vita tra i giovani italiani è in costante decrescita. I banchi di scuola e le aule universitarie non sono la causa esclusiva del malessere, ma ne rappresentano il palcoscenico principale, il luogo dove ogni giorno si è chiamati a _performare_. Quando un sistema premia esclusivamente l'eccellenza, il tempismo e la produttività, il fallimento o il semplice rallentamento fisiologico vengono vissuti non come una tappa del percorso, ma come una colpa inconfessabile. Qualcosa da nascondere a tutti i costi, fino alle conseguenze più drammatiche. Il confronto costante sui social media amplifica il fenomeno: vite apparentemente perfette, carriere accademiche lineari esibite come trofei, tempi di laurea trasformati in gare. Per chi resta indietro, la distanza tra realtà e aspettative si allarga fino a diventare un abisso. Non è un caso che gli esperti parlino ormai di una vera e propria crisi della salute mentale giovanile, trasversale a contesti sociali e geografici differenti.

Ripensare il sistema: dalla selezione alla cura

Gli addetti ai lavori puntano il dito contro un sistema scolastico definito "schizofrenico" nella sua struttura valutativa. Alle elementari nessuno viene fermato, alle medie le bocciature si attestano appena all'1,5%, alle superiori si apre il baratro con un tasso di bocciature intorno al 6% e oltre il 15% di rimandati a settembre. Questo doppio binario produce un effetto paradossale: non si allenano gli studenti alla selezione e non si consente loro di intervenire tempestivamente sulle lacune. Quando il problema emerge, è spesso troppo tardi. Servono risposte concrete. Potenziare i servizi di supporto psicologico nelle scuole e nelle università, ripensare i meccanismi di valutazione in chiave formativa anziché punitiva, formare i docenti a riconoscere i segnali di disagio. Ma serve anche un cambio culturale più profondo, che coinvolga le famiglie e la società nel suo complesso: smettere di misurare il valore dei ragazzi esclusivamente attraverso voti, tempi di laurea e traguardi raggiunti. Perché dietro ogni numero c'è una persona, e quella persona, prima ancora di essere uno studente, ha bisogno di sentirsi vista, accolta e libera di sbagliare senza che il fallimento diventi una sentenza definitiva.

Pubblicato il: 26 aprile 2026 alle ore 20:33