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Docenti precari e anzianità di servizio: perché la battaglia dell'Anief contro il Mim si scontra con muri ancora altissimi

La class action per il riconoscimento della progressione economica dei supplenti e la procedura d'infrazione europea non bastano a scardinare un sistema che continua a discriminare i lavoratori a tempo determinato della scuola

* La class action dell'Anief e il nodo dell'anzianità * Il quadro europeo: una procedura d'infrazione dalle armi spuntate * Perché il sistema italiano resiste al cambiamento * I numeri di una discriminazione strutturale * Cosa può cambiare davvero per i supplenti

La class action dell'Anief e il nodo dell'anzianità {#la-class-action-dellanief-e-il-nodo-dellanzianità}

C'è una parola che nel mondo della scuola italiana pesa come un macigno: anzianità. Per chi insegna con un contratto a tempo indeterminato, rappresenta la chiave d'accesso alla progressione economica, agli scatti stipendiali, a una carriera retributiva che — per quanto lenta — esiste. Per i docenti precari, quella stessa parola è poco più di un miraggio.

È su questo terreno che l'Anief ha deciso di giocare una partita ambiziosa, promuovendo una class action contro il Ministero dell'Istruzione e del Merito per ottenere il riconoscimento pieno dell'anzianità di servizio maturata dai supplenti ai fini della progressione economica. La richiesta è chiara: gli anni trascorsi in cattedra con contratti a termine devono valere quanto quelli dei colleghi di ruolo. Non di meno, non a metà. Allo stesso modo.

Il principio sembra inattaccabile. Un docente che svolge le stesse funzioni, nelle stesse aule, con le stesse responsabilità, dovrebbe ricevere lo stesso trattamento economico a parità di esperienza. Eppure il sistema italiano dice altro. E le ragioni per cui questa battaglia, pur legittima, rischia di infrangersi contro ostacoli apparentemente insormontabili meritano un'analisi che vada oltre lo slogan sindacale.

Il quadro europeo: una procedura d'infrazione dalle armi spuntate {#il-quadro-europeo-una-procedura-dinfrazione-dalle-armi-spuntate}

A dare forza alle rivendicazioni dei precari italiani è intervenuta la Commissione europea, che ha aperto una procedura d'infrazione nei confronti dell'Italia per discriminazione tra lavoratori a tempo determinato e lavoratori a tempo indeterminato nel comparto scuola. Il riferimento normativo è la direttiva 1999/70/CE_, recepita nell'ordinamento italiano con il decreto legislativo 368/2001, che vieta trattamenti differenziati tra le due categorie salvo che non sussistano _ragioni oggettive a giustificarli.

Sulla carta, un'arma potente. Nella pratica, molto meno.

Le procedure d'infrazione dell'Unione europea seguono tempi che poco hanno a che fare con l'urgenza di chi attende giustizia retributiva. Dalla lettera di messa in mora al parere motivato, fino all'eventuale ricorso alla Corte di Giustizia dell'Unione europea, possono trascorrere anni. E anche qualora la Corte si pronunciasse — come del resto ha già fatto in passato con la celebre sentenza Mascolo del 2014 — resta il problema dell'attuazione concreta da parte dello Stato membro. L'Italia, su questo fronte, ha una storia tutt'altro che esemplare.

Va ricordato che già nel 2014 la CGUE stabilì l'illegittimità del ricorso abusivo ai contratti a termine nella scuola italiana. Sono passati oltre dieci anni. Il precariato non solo non è stato eliminato, ma continua a rappresentare un pilastro strutturale del funzionamento del sistema scolastico. Stando a quanto emerge dai dati più recenti, ogni anno centinaia di migliaia di cattedre vengono coperte con supplenze annuali o fino al termine delle attività didattiche.

Perché il sistema italiano resiste al cambiamento {#perché-il-sistema-italiano-resiste-al-cambiamento}

La questione resta aperta per ragioni che sono al tempo stesso giuridiche, finanziarie e politiche.

Sul piano giuridico, il Consiglio di Stato e la Corte di Cassazione hanno più volte riconosciuto il diritto dei precari a vedersi computata l'anzianità di servizio pregressa. Ma le sentenze, per quanto favorevoli, si applicano caso per caso. Manca una norma di sistema che risolva la questione alla radice. E ogni tentativo legislativo di intervenire si è finora arenato di fronte al secondo ostacolo: i costi.

Riconoscere retroattivamente l'anzianità di servizio a tutti i docenti precari — parliamo di una platea potenziale di centinaia di migliaia di persone — avrebbe un impatto finanziario che nessun governo ha finora voluto affrontare. Le stime variano, ma si parla di cifre nell'ordine dei miliardi di euro, tra arretrati e adeguamento delle posizioni stipendiali future.

C'è poi un elemento più sottile, che riguarda la struttura stessa del reclutamento scolastico. Il sistema italiano distingue nettamente tra l'accesso al ruolo — che avviene tramite concorso e, più recentemente, attraverso le procedure previste dal Concorso PNRR 2: Successi tra gli Aspiranti Docenti nella Scuola dell'Infanzia e Primaria — e il lavoro a tempo determinato, considerato per sua natura transitorio. Questa distinzione, che nella realtà dei fatti è una finzione (molti supplenti lavorano ininterrottamente per decenni), viene però utilizzata come ragione oggettiva per giustificare la differenza di trattamento.

I numeri di una discriminazione strutturale {#i-numeri-di-una-discriminazione-strutturale}

I dati parlano con una chiarezza che le norme spesso non hanno. In Italia, ogni anno scolastico si apre con un esercito di supplenti chiamati a coprire posti vacanti che il sistema concorsuale non riesce a saturare. Si tratta di docenti che, nella maggior parte dei casi, svolgono esattamente le stesse mansioni dei colleghi di ruolo: programmano, insegnano, valutano, partecipano ai consigli di classe.

La differenza? Lo stipendio. Un docente a tempo determinato che entra in servizio percepisce la retribuzione base, senza alcun riconoscimento degli anni precedenti trascorsi in cattedra. Può aver insegnato cinque, dieci, quindici anni: al momento della stipula di un nuovo contratto annuale, ricomincia da zero. Nel frattempo, un collega assunto a tempo indeterminato con la stessa anzianità di servizio effettiva beneficia degli scatti previsti dal CCNL del comparto Istruzione e Ricerca, che prevedono incrementi retributivi a cadenza periodica.

Questa asimmetria non è solo una questione economica. Ha ricadute sulla dignità professionale, sulla motivazione, sulla capacità del sistema di trattenere i docenti migliori. E alimenta un clima di frustrazione che periodicamente esplode in mobilitazioni, come lo Sciopero Nazionale della Scuola il 7 Maggio: Prove Invalsi e Indicazioni Nazionali sotto Accusa, dove il malessere del precariato si salda con altre istanze del mondo scolastico.

Cosa può cambiare davvero per i supplenti {#cosa-può-cambiare-davvero-per-i-supplenti}

La class action dell'Anief ha il merito di tenere accesa l'attenzione su una discriminazione che il legislatore italiano preferisce ignorare. Ma sarebbe ingenuo pensare che da sola possa risolvere il problema.

Le vie percorribili sono essenzialmente tre. La prima è quella giurisdizionale: continuare a ottenere sentenze favorevoli, tribunale per tribunale, fino a creare un orientamento giurisprudenziale talmente consolidato da rendere inevitabile un intervento normativo. È la strada più lunga, ma anche quella che finora ha prodotto i risultati più concreti per i singoli ricorrenti.

La seconda è quella europea: attendere che la procedura d'infrazione faccia il suo corso e che, eventualmente, una nuova pronuncia della Corte di Giustizia obblighi l'Italia a intervenire. Come si è detto, i tempi sono biblici e l'efficacia tutt'altro che garantita.

La terza — l'unica davvero risolutiva — è quella legislativa. Servirebbe una riforma organica del sistema di reclutamento che superi la logica del precariato strutturale, riconosca l'anzianità maturata e allinei il trattamento economico dei supplenti a quello dei colleghi di ruolo. Una riforma che, tuttavia, nessuna forza politica sembra oggi in grado o nella volontà di promuovere, schiacciata com'è tra vincoli di bilancio e altre priorità.

Nel frattempo, la scuola italiana continua a funzionare grazie al lavoro di decine di migliaia di professionisti ai quali viene sistematicamente negato ciò che spetterebbe loro per diritto. Un paradosso che nemmeno l'Europa, con le sue procedure e le sue direttive, riesce a sciogliere. Non perché manchino le ragioni giuridiche, ma perché manca — da sempre — la volontà politica di affrontare il costo reale di decenni di precarietà istituzionalizzata.

Pubblicato il: 16 marzo 2026 alle ore 09:34