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Allontanato dalla famiglia per troppe assenze a scuola: il bambino passa la Pasqua a casa, ma il giudice nega il ritorno definitivo

Collocato in casa famiglia dall'8 gennaio in applicazione del Decreto Caivano, il minore ha potuto riabbracciare genitori e fratelli solo per le festività.

* Il caso: allontanamento per evasione scolastica * Il Decreto Caivano e l'obbligo di frequenza scolastica * Le festività pasquali e la decisione del giudice * La denuncia della madre: un bambino che sta male * Genitori ritenuti idonei, ma il rientro non arriva * Una vicenda che interroga il sistema

Il caso: allontanamento per evasione scolastica {#il-caso-allontanamento-per-evasione-scolastica}

Lo scorso 8 gennaio un bambino è stato allontanato dal proprio nucleo familiare e collocato in una casa famiglia per disposizione dell'autorità giudiziaria. Il motivo: troppe assenze a scuola, una condizione che nel linguaggio giuridico si definisce evasione scolastica. La dirigente dell'istituto frequentato dal minore ha confermato di aver attivato le procedure previste dal quadro normativo vigente, richiamandosi in particolare alle disposizioni introdotte dal Decreto Caivano.

Una storia che colpisce per la sproporzione percepita tra la causa scatenante, le assenze scolastiche, e la conseguenza subita da un minore: la separazione dalla propria famiglia. E che ora, a mesi di distanza, continua a restare sospesa in un limbo che genera sofferenza.

Il Decreto Caivano e l'obbligo di frequenza scolastica {#il-decreto-caivano-e-lobbligo-di-frequenza-scolastica}

Per comprendere questa vicenda occorre richiamare il contesto normativo. Il Decreto Caivano (D.L. 123/2023, convertito con legge 159/2023) ha inasprito sensibilmente le conseguenze dell'inosservanza dell'obbligo scolastico in Italia, introducendo sanzioni più severe per i genitori che non garantiscono la frequenza dei figli. Stando a quanto previsto dalla norma, i dirigenti scolastici sono tenuti a segnalare i casi di evasione alle autorità competenti, e il mancato adempimento può sfociare in interventi drastici, compreso l'allontanamento del minore dal nucleo familiare quando si ravvisino condizioni di rischio o di grave inadempimento.

L'intento dichiarato del legislatore era contrastare la dispersione scolastica, soprattutto nelle aree a maggiore disagio sociale. Ma l'applicazione concreta di queste norme solleva interrogativi che questa vicenda rende particolarmente urgenti. Mentre molte famiglie si preparavano al rientro a scuola dopo le vacanze di Pasqua, per questo bambino il problema non era tornare in classe, ma tornare a casa.

Le festività pasquali e la decisione del giudice {#le-festivita-pasquali-e-la-decisione-del-giudice}

Una parentesi di normalità, breve e dolorosa. Il giudice ha autorizzato il bambino a trascorrere la Pasqua con i genitori e i fratelli, concedendo un rientro temporaneo nel contesto familiare. Per qualche giorno, il nucleo si è potuto riunire.

Ma al termine delle festività, il minore è dovuto rientrare nella struttura che lo ospita dall'inizio dell'anno. Il provvedimento del magistrato, infatti, ha previsto la possibilità di rientri nei fine settimana, senza però disporre il ritorno definitivo a casa. La famiglia, di fatto, resta smembrata.

La denuncia della madre: un bambino che sta male {#la-denuncia-della-madre-un-bambino-che-sta-male}

A rendere il quadro ancora più drammatico sono le parole della madre, che ha descritto una situazione allarmante. Il bambino, secondo quanto da lei dichiarato, rifiuta il cibo e avrebbe espresso frasi terribili, arrivando a minacciare di uccidersi. Parole che, pronunciate da un minore, non possono essere archiviate come semplici capricci. Sono il segnale di un disagio profondo che, paradossalmente, il provvedimento pensato per tutelarlo potrebbe aver contribuito ad aggravare.

Non è dato sapere, al momento, se i servizi sociali o le figure professionali della casa famiglia abbiano predisposto un supporto psicologico specifico per gestire questa situazione. Quello che emerge con chiarezza è il grido di allarme di una madre che si sente impotente di fronte alla sofferenza del proprio figlio.

Genitori ritenuti idonei, ma il rientro non arriva {#genitori-ritenuti-idonei-ma-il-rientro-non-arriva}

Ecco l'elemento che rende il caso ancora più controverso. Entrambi i genitori hanno completato il percorso di colloqui psicologici disposto dall'autorità giudiziaria e, stando a quanto emerso, sono stati ritenuti idonei. Non si contesta loro una condizione di incapacità genitoriale, né risultano segnalazioni di maltrattamenti o abusi.

La questione di fondo, allora, diventa ineludibile: se i genitori sono stati valutati come adeguati, perché il bambino non può tornare stabilmente a casa? Il problema originario, l'evasione scolastica, potrebbe essere affrontato con strumenti meno invasivi dell'allontanamento, dal monitoraggio rafforzato da parte dei servizi sociali a percorsi di accompagnamento educativo per l'intero nucleo familiare.

I diritti dei genitori in caso di allontanamento dei figli sono tutelati dalla Costituzione e dalla Convenzione europea dei diritti dell'uomo. L'articolo 30 della Carta costituzionale riconosce il diritto-dovere dei genitori di mantenere, istruire ed educare i figli, mentre l'allontanamento del minore dalla famiglia è concepito come misura estrema, da adottare solo quando non esistano alternative.

Una vicenda che interroga il sistema {#una-vicenda-che-interroga-il-sistema}

Questo caso si inserisce in un dibattito più ampio sull'efficacia e sulla proporzionalità delle misure introdotte dal Decreto Caivano in materia di obbligo scolastico. Nessuno mette in discussione l'importanza della frequenza scolastica, pilastro del diritto all'istruzione sancito dall'articolo 34 della Costituzione. Ma la domanda resta: è giusto che un bambino venga separato dalla propria famiglia per delle assenze, quando gli stessi genitori sono giudicati idonei?

Le conseguenze dell'evasione scolastica devono certamente essere serie, perché seria è la posta in gioco: il futuro di un minore. Tuttavia, la gravità della risposta istituzionale non può prescindere da una valutazione caso per caso, che tenga conto delle condizioni concrete del nucleo familiare, della volontà dei genitori di collaborare e, soprattutto, del benessere reale del bambino.

Perché un sistema che allontana un minore per proteggerlo, e che poi si trova di fronte a quel minore che smette di mangiare e parla di morte, ha il dovere di fermarsi e chiedersi se la protezione offerta sia davvero tale.

Pubblicato il: 10 aprile 2026 alle ore 08:55