All'istituto Besta di Treviso il nuovo dress code arriva al capo. Vietati pantaloni a vita bassa che scoprono il deretano, hot pants, top scollati, magliette che lasciano scoperta la pancia, minigonne, leggings aderenti e jeans strappati. La dirigente Renata Moretti ha stilato l'elenco per sostituire la vecchia formula generica «abbigliamento idoneo», ritenuta troppo aperta all'interpretazione soggettiva del singolo insegnante.
Cosa dice il regolamento del Besta
Il testo aggiornato lo scorso anno da collegio docenti e consiglio d'istituto passa dai principi ai dettagli. La preside definisce «indecorose, se non addirittura offensive e provocatorie» le situazioni con «pantaloni portati tanto bassi da lasciare scoperto il deretano» o «hot pants così succinti da esporre le natiche». La formulazione precedente si fermava all'espressione «abbigliamento idoneo», mai declinata. La stretta arriva nello stesso pacchetto di modifiche che ha rivisto condotta e uso dei cellulari in aula, approvate secondo la procedura ordinaria degli organi collegiali. Moretti chiarisce che l'obiettivo non è impedire l'espressione della personalità: «Ben venga l'originalità di esprimersi anche attraverso l'abbigliamento, ma senza sacrificare la buona educazione e il senso della misura». Il messaggio alle famiglie è che le regole d'istituto non si negoziano al mattino sulla soglia.
L'anomalia è la lista scritta, non il divieto
Sul dress code scolastico il quadro reale ribalta la percezione mediatica dei singoli casi. Secondo un'indagine di Skuola.net su 2.800 studenti di medie e superiori, il 55% frequenta un istituto dove le regole sull'abbigliamento esistono ma restano implicite: nessun elenco, nessun atto formale, decisione lasciata di volta in volta al docente all'ingresso. Solo 3 studenti su 10 hanno un regolamento scritto in modo puntuale, mentre 1 su 5 può presentarsi come vuole. Il Besta di Treviso, quindi, non introduce un tabù nuovo: mette nero su bianco quello che gran parte delle scuole italiane tratta a discrezione. Il perimetro giuridico lo consente. Lo Statuto delle studentesse e degli studenti (DPR 249/1998) affida al regolamento d'istituto la disciplina della vita scolastica nel rispetto reciproco, e la giurisprudenza amministrativa (TAR Lecce 849/2018) ha già riconosciuto legittime le prescrizioni sull'abbigliamento purché non discriminatorie e proporzionate al fine educativo. In pratica, la scelta di scrivere l'elenco non è un'estremizzazione: è un'operazione di trasparenza che allinea l'atto scritto alla prassi già in vigore in molte aule.
Cosa cambia in classe per docenti e famiglie
Con la regola scritta cadono i margini di trattativa alla porta. Un docente che segnala hot pants o vita bassa non applica più un giudizio personale ma un articolo del regolamento approvato dagli organi collegiali. Anche il diritto di replica delle famiglie cambia forma: contestare una nota significa impugnare un atto motivato, non discutere l'estetica del singolo insegnante. È lo stesso spostamento che ridefinisce il perimetro delle richieste della famiglia su compiti e verifiche a scuola, dove le regole non scritte alimentano conflitti evitabili. Nei primi giorni al Besta si sono registrati richiami e proteste, con studenti che hanno disertato le indicazioni e famiglie divise sulla stretta. La strada scelta a Treviso è opposta a quella dei dirigenti che intervengono dopo un evento critico, quando la reazione arriva a conflitto già esploso. Il rovescio della medaglia è che ogni voce dell'elenco rischia di diventare terreno di ricorso: divieti su piercing, capelli colorati e capi succinti sono già finiti davanti al TAR quando la scuola non ha saputo dimostrarne il nesso con il fine educativo.
La partita ora si sposta sui prossimi consigli d'istituto: quanti sceglieranno di seguire il Besta e trasformare la formula generica in un elenco puntuale. La scelta non riguarda l'estetica ma la trasparenza delle regole, e sposta l'onere della decisione dal singolo docente all'organo collegiale che ne risponde.