* Il giorno in cui la Mir tornò sulla Terra * Una vita in orbita: dalla Guerra fredda alla cooperazione internazionale * La manovra finale: la Progress M1-5 e il rientro controllato * L'eredità della Mir: senza di lei, niente ISS
Il giorno in cui la Mir tornò sulla Terra {#il-giorno-in-cui-la-mir-tornò-sulla-terra}
Era il 23 marzo 2001. Alle sale operative di Mosca regnava una tensione composta, quella di chi sa di stare per compiere un gesto irreversibile. Dopo quindici anni di onorato servizio in orbita, la stazione spaziale Mir stava per morire. Non per un guasto catastrofico, non per un incidente: per una decisione ponderata, sofferta, in fondo inevitabile.
Venticinque anni dopo, quella data resta uno spartiacque nella storia dell'esplorazione spaziale. La fine della Mir non fu soltanto la dismissione di un avamposto orbitale invecchiato. Fu la chiusura simbolica di un'epoca, quella in cui lo spazio era soprattutto un affare sovietico e poi russo, e l'apertura di un'altra, fondata sulla cooperazione tra nazioni.
Una vita in orbita: dalla Guerra fredda alla cooperazione internazionale {#una-vita-in-orbita-dalla-guerra-fredda-alla-cooperazione-internazionale}
La Mir, il cui nome in russo significa pace ma anche _mondo_, venne lanciata il 20 febbraio 1986, quando l'Unione Sovietica esisteva ancora e il muro di Berlino sembrava destinato a durare per sempre. Il modulo base partì dal cosmodromo di Bajkonur, nel Kazakistan sovietico, e raggiunse un'orbita terrestre bassa.
Negli anni successivi la stazione crebbe pezzo dopo pezzo, come un organismo che sviluppa nuovi arti. Il completamento arrivò nel 1996, quando l'ultimo degli otto moduli fu agganciato alla struttura principale. A quel punto la Mir era diventata un complesso orbitale di oltre 100 tonnellate, il più grande oggetto costruito dall'uomo mai messo in orbita fino a quel momento.
Ma il dato più significativo non riguarda la massa o le dimensioni. Riguarda le persone. La stazione ospitò cosmonauti russi, naturalmente, ma anche astronauti statunitensi ed europei. Quello che era nato come un progetto squisitamente sovietico divenne, nel corso degli anni Novanta, un laboratorio di diplomazia orbitale. Il programma _Shuttle-Mir_, che portò gli astronauti della NASA a bordo della stazione russa tra il 1995 e il 1998, rappresentò un passaggio cruciale: ex rivali della corsa allo spazio che imparavano a vivere e lavorare fianco a fianco a 400 chilometri dalla superficie terrestre.
Una collaborazione che, peraltro, continua ancora oggi tra le due agenzie spaziali, seppur tra le inevitabili tensioni del quadro geopolitico attuale.
La manovra finale: la Progress M1-5 e il rientro controllato {#la-manovra-finale-la-progress-m1-5-e-il-rientro-controllato}
Alla fine degli anni Novanta la Mir mostrava i segni dell'età. Guasti ai sistemi di bordo, un grave incendio nel 1997, una collisione con una navetta cargo che aveva danneggiato uno dei moduli. La Russia, alle prese con una crisi economica profonda, non poteva permettersi di mantenere contemporaneamente la Mir e partecipare alla costruzione della nuova Stazione Spaziale Internazionale. La scelta fu obbligata.
Il piano di deorbitazione prevedeva un rientro controllato nell'atmosfera, operazione tecnicamente delicata e ad alto rischio. A guidare la Mir verso il suo destino fu la navetta cargo Progress M1-5, agganciata alla stazione con il compito specifico di fornire la spinta necessaria per abbassarne progressivamente l'orbita.
La manovra si svolse in più fasi. La Progress accese i propri motori in una serie di burn calibrati, facendo scendere la Mir sempre più in basso. Quando la stazione entrò negli strati densi dell'atmosfera, la maggior parte della struttura, oltre 120 tonnellate di metallo, pannelli solari, laboratori e memorie, bruciò per attrito. Una pira cosmica visibile per pochi istanti.
Non tutto, però, si disintegrò. Diversi detriti sopravvissero al rientro e precipitarono nell'Oceano Pacifico meridionale, in una zona remota appositamente scelta per minimizzare qualsiasi rischio per la popolazione. Il cosiddetto _spacecraft cemetery_, il cimitero delle navicelle spaziali, un tratto di oceano tra la Nuova Zelanda e il Sudamerica dove da decenni vengono fatti convergere i resti dei veicoli spaziali a fine vita.
Nessun danno, nessun ferito. L'operazione riuscì come previsto.
L'eredità della Mir: senza di lei, niente ISS {#leredità-della-mir-senza-di-lei-niente-iss}
Sarebbe riduttivo ricordare la Mir solo per la sua fine spettacolare. La vera eredità di quella stazione sta in ciò che ha reso possibile dopo.
L'esperienza accumulata sulla Mir, dai problemi di convivenza in spazi angusti alla gestione dei sistemi di supporto vitale per missioni di lunga durata, fu fondamentale per la progettazione e la gestione della Stazione Spaziale Internazionale. Senza i quindici anni di vita operativa della Mir, senza gli errori commessi e le soluzioni trovate, la ISS come la conosciamo oggi semplicemente non esisterebbe.
I record stabiliti a bordo della stazione russa, come i 437 giorni consecutivi trascorsi in orbita dal cosmonauta Valerij Poljakov, fornirono dati biomedici preziosi che ancora oggi informano la pianificazione delle future missioni di lunga durata, comprese quelle verso Marte.
Stando a quanto emerge dalle attività sulla ISS, che continua a essere al centro delle operazioni spaziali internazionali, molte delle procedure standard adottate oggi derivano direttamente dalle lezioni apprese sulla Mir.
A venticinque anni di distanza, il rientro controllato della stazione spaziale russa resta un evento carico di significato. Non solo tecnico, ma profondamente umano. La Mir fu costruita da un impero che nel frattempo si era dissolto, fu tenuta in vita da un Paese in ginocchio economicamente, fu condivisa con gli antichi rivali. E alla fine fu lasciata andare, con una dignità silenziosa che forse racconta qualcosa anche di noi, della nostra capacità di chiudere un capitolo per aprirne un altro.