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Precarietà economica e lavoro fragile: così l'insicurezza alimenta i populismi in Europa

Uno studio su oltre 75.000 persone in dieci Paesi, firmato dalla sociologa italiana Lorenza Antonucci a Cambridge, misura per la prima volta l'impatto delle difficoltà materiali sul voto per i partiti populisti e di estrema destra

* I numeri dello studio: dalla Germania alla Svezia, l'effetto della paura economica * Italia, Spagna e Paesi Bassi: un populismo diverso ma non meno radicato * La variabile di genere: uomini verso l'estrema destra, donne verso il populismo trasversale * La lezione per la scuola e la democrazia

C'è un filo robusto, e ormai misurabile, che collega la busta paga alla scheda elettorale. Non è più solo un'intuizione da bar o da editoriale domenicale: i dati parlano, e lo fanno con una chiarezza che dovrebbe preoccupare le classi dirigenti europee. A fornirli è Lorenza Antonucci, sociologa italiana in forza all'Università di Cambridge, che ha analizzato le risposte di oltre 75.000 persone in dieci Paesi europei, mettendo in relazione le condizioni materiali di vita con le scelte di voto. Il risultato è un affresco impietoso: la precarietà economica e lavorativa non è soltanto un problema sociale, è un potente carburante politico.

I numeri dello studio: dalla Germania alla Svezia, l'effetto della paura economica {#i-numeri-dello-studio-dalla-germania-alla-svezia-leffetto-della-paura-economica}

Stando a quanto emerge dalla ricerca, le preoccupazioni economiche fanno lievitare la probabilità di voto per i partiti populisti in misura tutt'altro che trascurabile. In Germania, Francia e Svezia, tre Paesi con tradizioni politiche profondamente diverse, l'incremento si attesta tra il 17% e il 20%. Un dato enorme, che ridisegna la mappa del consenso in modo trasversale rispetto alle vecchie categorie destra-sinistra.

Non si tratta di correlazioni vaghe. L'analisi di Antonucci isola il fattore economico da altre variabili, come il livello di istruzione, l'età o l'orientamento culturale, restituendo una fotografia in cui la paura di non arrivare a fine mese, il timore di perdere il lavoro o la percezione di un declassamento sociale agiscono come moltiplicatori diretti del voto di protesta. Chi si sente economicamente vulnerabile non sceglie semplicemente di astenersi: sceglie un'alternativa radicale.

La Svezia, spesso citata come modello di welfare e coesione sociale, non è immune. Anzi, proprio lì il dato colpisce di più, perché suggerisce che anche i sistemi di protezione più avanzati, quando vengono percepiti come insufficienti o in ritirata, lasciano spazio a narrazioni populiste che promettono risposte semplici a problemi strutturali.

Italia, Spagna e Paesi Bassi: un populismo diverso ma non meno radicato {#italia-spagna-e-paesi-bassi-un-populismo-diverso-ma-non-meno-radicato}

Il quadro cambia sfumatura, ma non direzione, quando si guardano Italia, Spagna e Paesi Bassi. Qui l'incremento del sostegno ai partiti populisti legato alle preoccupazioni economiche oscilla tra il 4% e il 10%. Percentuali più contenute rispetto al blocco franco-tedesco-scandinavo, ma che si inseriscono in contesti politici dove il populismo ha già raggiunto livelli di radicamento molto elevati.

Nel caso italiano, il dato va letto alla luce di un panorama partitico in cui le formazioni populiste, di destra e di sinistra, hanno governato o co-governato il Paese nell'ultimo decennio. L'effetto della precarietà economica si somma a una sfiducia istituzionale di lungo periodo, creando un terreno in cui il voto per l'estrema destra o per movimenti antisistema non è più una scelta eccezionale, ma una risposta ricorrente. La percentuale apparentemente più bassa non deve ingannare: in un sistema già saturato di offerta populista, anche pochi punti percentuali in più possono spostare equilibri parlamentari.

La Spagna post-crisi e i Paesi Bassi, con il loro sistema proporzionale frammentato, confermano lo stesso meccanismo di fondo: dove il mercato del lavoro si fa più instabile e le protezioni sociali vengono percepite come inadeguate, una quota significativa di elettori si orienta verso chi promette rottura.

La variabile di genere: uomini verso l'estrema destra, donne verso il populismo trasversale {#la-variabile-di-genere-uomini-verso-lestrema-destra-donne-verso-il-populismo-trasversale}

Uno degli aspetti più originali dell'analisi di Antonucci riguarda la differenza di genere nelle risposte elettorali alla precarietà. I dati mostrano dinamiche distinte e, per certi versi, complementari.

Gli uomini con un lavoro sotto pressione, ovvero coloro che percepiscono la propria posizione lavorativa come instabile o minacciata, evidenziano una probabilità di voto per partiti di estrema destra che sale dal 14% al 18%. L'identità maschile legata al ruolo di _breadwinner_, ancora profondamente radicata in molte culture europee, sembra tradursi, quando frustrata, in un'adesione a proposte politiche che enfatizzano ordine, gerarchia e chiusura identitaria.

Per le donne, il percorso è diverso ma altrettanto significativo. Quelle che sperimentano difficoltà economiche concrete vedono la propria probabilità di voto per partiti populisti, non necessariamente di estrema destra, aumentare dal 18% al 25%. Un balzo di sette punti che racconta di una precarietà vissuta in modo più ampio: non solo lavorativa, ma legata al costo della vita, all'accesso ai servizi, alla tenuta del nucleo familiare. Le donne, come sottolineato da Antonucci, tendono a rivolgersi a un populismo più trasversale, che può includere formazioni di sinistra radicale oltre a quelle di destra.

Queste differenze di genere nel voto populista sono un dato relativamente nuovo nella letteratura scientifica e meritano attenzione, perché suggeriscono che le politiche di contrasto alla radicalizzazione elettorale non possono essere uniformi.

La lezione per la scuola e la democrazia {#la-lezione-per-la-scuola-e-la-democrazia}

I numeri di Cambridge parlano di economia e di voto, ma tra le righe raccontano anche un fallimento educativo e culturale. La capacità di leggere criticamente la realtà, di distinguere tra proposte politiche credibili e promesse demagogiche, di partecipare alla vita democratica in modo consapevole: tutto questo si costruisce, prima di ogni altra cosa, a scuola. Il tema è al centro di una riflessione che coinvolge direttamente il mondo dell'istruzione, come abbiamo approfondito analizzando la necessità di insegnare speranza e partecipazione civica in tempi di crisi democratica.

Ma la scuola stessa è attraversata da fragilità che ne minano la funzione. I docenti italiani, spesso sottopagati e sovraccaricati, lavorano ben oltre quanto comunemente percepito, come testimonia l'analisi sul lavoro sconosciuto dei docenti, che supera le 36 ore settimanali. Una classe insegnante precaria e stremata fatica a svolgere quel ruolo di presidio democratico che la società le affida. E non è un caso che la questione del benessere lavorativo dei docenti si intrecci con rivendicazioni sempre più pressanti, come quella emersa dalla petizione ANIEF per il pensionamento anticipato, che ha superato i 100mila sostenitori.

Il messaggio che arriva da Cambridge è scomodo ma limpido: finché la precarietà economica e lavorativa resterà una condizione strutturale per milioni di europei, il voto populista non sarà un'anomalia da correggere con appelli alla ragionevolezza. Sarà una risposta razionale, per quanto discutibile, a un sistema che non mantiene le sue promesse. E nessuna campagna elettorale, nessun cordone sanitario, nessun editoriale potrà sostituire ciò che serve davvero: lavoro dignitoso, salari adeguati e un'istruzione che torni a essere strumento di emancipazione reale.

Pubblicato il: 20 aprile 2026 alle ore 10:37