I giorni estivi con condizioni estreme per gli incendi in Sud Europa sono più che raddoppiati in 45 anni, passando da meno di 10 a circa 25 per stagione in vaste aree di Portogallo, Spagna, Francia, Italia e Grecia. Lo mostra uno studio pubblicato su Scientific Reports e guidato dall'Università di Groningen, che ha incrociato le statistiche nazionali sugli incendi boschivi con serie meteorologiche e climatiche tra il 1981 e il 2025.
Il paradosso: fuochi meno numerosi ma più intensi
Il numero di incendi nell'ultimo decennio è calato di circa il 40% rispetto al periodo 1981-2010 in tutti e cinque i Paesi analizzati. Il merito, secondo i ricercatori, va alla migliore formazione dei vigili del fuoco e alle campagne di sensibilizzazione. Il quadro si ribalta quando si guardano le condizioni meteo che alimentano i roghi: in alcune zone di Francia e Spagna l'intensità dei fattori estremi come caldo, siccità e vento è aumentata fino al 50% tra il 2016 e il 2025 rispetto alla baseline storica. Quando un rogo divampa, supera sempre più spesso la capacità di spegnimento disponibile. La stagione 2025 è la prova più eloquente: la peggiore mai registrata nella regione secondo il team di Groningen, tanto da segnare una svolta e non un picco isolato. Il pattern emerge solo confrontando dati su decenni, come in altre analisi di ricerca condotta su serie temporali molto lunghe.
Il caso italiano: 96.500 ettari nel 2025, quasi il doppio del 2024
Il rapporto ISPRA sugli ecosistemi terrestri traduce il paradosso in numeri per l'Italia. Nel 2025 la superficie complessiva percorsa dal fuoco è stata di 965 km², un valore quasi doppio rispetto al 2024 e superato solo dai picchi registrati nel 2007, 2017, 2021 e 2023, come si legge nel rapporto ISPRA sugli incendi boschivi 2025. Sicilia, Calabria e Campania hanno assorbito il 71% delle superfici forestali bruciate a livello nazionale, con Basilicata e Puglia in trend crescente sull'ultimo decennio. Oltre il 30% della superficie totale bruciata ricade in aree protette e il 38% degli ecosistemi forestali percorsi dal fuoco si trova all'interno di parchi e riserve. Il 48% degli eventi ha coinvolto ecosistemi forestali, con 123 km² di bosco andati in fumo, per metà rappresentati da leccete e macchia mediterranea alta. In Italia le cause antropiche pesano per il 99% degli inneschi, contro l'1% di origine naturale: un dato che rende la prevenzione teoricamente più efficace, ma solo se le risorse arrivano dove serve.
El Niño e Atlantico: i motori climatici del rischio
La variabilità del rischio incendio in Sud Europa si aggancia a due grandi oscillazioni climatiche. Anomalie della temperatura superficiale del Pacifico tropicale legate a El Niño anticipano condizioni favorevoli agli incendi nella penisola iberica nord-occidentale, in Sicilia e nella Grecia meridionale. Differenze di pressione più lievi sull'Atlantico settentrionale coincidono invece con estati ad alto rischio in Grecia, Italia, Corsica e Spagna. La combinazione delle due oscillazioni sta rendendo prevedibili, con qualche mese di anticipo, le stagioni più critiche. I dati aggiornati per Paese e regione sono consultabili sul portale EFFIS del programma Copernicus e permettono di leggere in tempo reale l'andamento della stagione in corso. Le proxy usate per ricostruire il clima remoto aiutano a inquadrare il fenomeno su scale ancora più profonde, come nel caso di reperti come l'ambra devoniana di 385 milioni di anni fa, che ricostruiscono cicli di vegetazione e clima molto lontani.
La stagione degli incendi non si combatte più solo con canadair e squadre operative, ma con piani di adattamento che tengano conto di finestre di rischio estreme sempre più lunghe. Per l'Italia significa concentrare risorse dove il fuoco brucia di più, ovvero le tre regioni meridionali che assorbono i due terzi dei danni forestali, senza dimenticare l'impatto psicologico su comunità evacuate e operatori, un aspetto emerso anche in altre ricerche sull'invecchiamento cerebrale legato a condizioni di stress prolungato.