* Il ghiacciaio che si ritira: perché la Marmolada è osservata speciale * Georadar e droni: le tecnologie al servizio della montagna * La memoria del 2 luglio 2022 e il rischio sempre presente * Dall'Adamello alle Dolomiti: una rete di sorveglianza in espansione * Ghiacciai italiani e cambiamento climatico: i numeri di una crisi accelerata
Il ghiacciaio che si ritira: perché la Marmolada è osservata speciale {#il-ghiacciaio-che-si-ritira-perché-la-marmolada-è-osservata-speciale}
La Marmolada non è soltanto la Regina delle Dolomiti. È anche, e soprattutto, un termometro naturale della crisi climatica che investe l'arco alpino. Il suo ghiacciaio, quello di Punta Penia, il più esteso dell'intero gruppo dolomitico, si sta riducendo a un ritmo che i glaciologi definiscono ormai "drammatico". Ed è proprio per questo che un gruppo di lavoro glaciologico-geofisico ha intensificato le attività di studio e sorveglianza sulla calotta glaciale, impiegando strumentazione di ultima generazione.
Stando a quanto emerge dalle ricerche in corso, la priorità non è più solo documentare il ritiro, ma prevedere i pericoli che ne derivano. Il collasso dei ghiacciai alpini, fenomeno in crescita costante dagli anni Novanta, pone interrogativi urgenti sulla sicurezza di chi vive e frequenta l'alta montagna.
Georadar e droni: le tecnologie al servizio della montagna {#georadar-e-droni-le-tecnologie-al-servizio-della-montagna}
Il cuore dell'attività di monitoraggio si fonda su due strumenti complementari: il georadar e i droni. Il primo consente di scandagliare la struttura interna del ghiacciaio senza alcun intervento invasivo. Attraverso impulsi elettromagnetici, il georadar "legge" gli strati di ghiaccio, individua sacche d'acqua, fratture nascoste e variazioni di spessore che dall'esterno sarebbero del tutto invisibili. Una sorta di ecografia della montagna.
I droni per il monitoraggio ambientale, equipaggiati con sensori multispettrali e fotocamere ad altissima risoluzione, completano il quadro: sorvolano le aree più inaccessibili, quelle dove l'uomo non può arrivare in sicurezza, e restituiscono mappature tridimensionali del ghiacciaio aggiornate con frequenza regolare. La combinazione delle due tecnologie permette di costruire modelli predittivi sulla stabilità della massa glaciale.
Non si tratta di un caso isolato nell'utilizzo di tecnologie avanzate per affrontare problemi ambientali concreti. In ambiti diversi ma con logiche simili, l'intelligenza artificiale viene già impiegata per analizzare il deterioramento delle infrastrutture stradali, a conferma di come il connubio tra ricerca e innovazione tecnologica stia ridefinendo il modo in cui affrontiamo i rischi del territorio.
La memoria del 2 luglio 2022 e il rischio sempre presente {#la-memoria-del-2-luglio-2022-e-il-rischio-sempre-presente}
Dietro i dati e le mappe c'è una ferita ancora aperta. Il crollo della Marmolada del 2 luglio 2022 resta una delle più gravi tragedie alpine degli ultimi decenni: un enorme seracco si staccò dalla calotta sommitale, trascinando a valle ghiaccio, roccia e detriti a una velocità stimata di oltre 300 chilometri orari. Undici persone persero la vita. L'evento, reso possibile dalle temperature anomale di quei giorni, con lo zero termico che aveva superato i 4.000 metri, scosse profondamente la comunità scientifica e l'opinione pubblica.
Quella tragedia rese evidente, in modo brutale, ciò che i ricercatori andavano ripetendo da anni: i ghiacciai delle Dolomiti stanno morendo, e il processo non è graduale e ordinato ma costellato di eventi improvvisi e catastrofici. Come sottolineato da diversi esperti, il ritiro glaciale non segue una curva lineare. Procede per strappi, e i momenti di accelerazione, quelli più pericolosi, sono anche i più difficili da prevedere senza un monitoraggio costante.
Dall'Adamello alle Dolomiti: una rete di sorveglianza in espansione {#dalladamello-alle-dolomiti-una-rete-di-sorveglianza-in-espansione}
La ricerca glaciologica sulla Marmolada non vuole restare un caso isolato. Il gruppo di lavoro sta già pianificando l'estensione degli studi al ghiacciaio dell'Adamello, il più vasto d'Italia per superficie, situato tra Lombardia e Trentino-Alto Adige. Anche l'Adamello mostra segni inequivocabili di sofferenza: negli ultimi trent'anni ha perso oltre un terzo del proprio volume, e le proiezioni più recenti stimano che potrebbe scomparire entro la fine del secolo.
L'idea è quella di costruire una vera e propria rete integrata di sorveglianza dei principali ghiacciai italiani, capace di condividere dati in tempo reale e di alimentare modelli previsionali sempre più affidabili. Un obiettivo ambizioso, che richiede investimenti in risorse umane e tecnologiche, ma che la comunità scientifica considera ormai imprescindibile.
Il ruolo delle istituzioni
Sul piano istituzionale, il monitoraggio dei ghiacciai alpini coinvolge diversi attori: dalle Province autonome di Trento e Bolzano all'ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale), fino al Comitato Glaciologico Italiano, ente storico che dal 1895 cataloga l'evoluzione dei ghiacciai nazionali. La sfida, come spesso accade nel sistema italiano, è il coordinamento tra i diversi livelli di competenza e la continuità dei finanziamenti.
Ghiacciai italiani e cambiamento climatico: i numeri di una crisi accelerata {#ghiacciai-italiani-e-cambiamento-climatico-i-numeri-di-una-crisi-accelerata}
I dati parlano chiaro. Dal 1990 il fenomeno del collasso glaciale nelle Alpi ha subito un'accelerazione marcata. I ghiacciai italiani, circa 900 a inizio Novecento, si sono ridotti a poco più di 200, molti dei quali ormai frammentati in placche residuali destinate a scomparire nel giro di pochi decenni.
La Marmolada è un caso emblematico:
* Negli anni Trenta del secolo scorso il ghiacciaio copriva circa 5 km². * Oggi la superficie si è ridotta a meno di 1,5 km². * Lo spessore medio è diminuito in modo significativo, con intere porzioni della parete rocciosa ormai scoperte anche in pieno inverno.
Il cambiamento climatico non è più una proiezione futura per i ghiacciai italiani. È il presente. Le ondate di calore estive sempre più frequenti, le precipitazioni nevose in calo e l'innalzamento delle temperature medie stanno erodendo queste riserve d'acqua dolce a un ritmo senza precedenti nella storia recente.
La questione resta aperta: quante risorse l'Italia è disposta a investire per monitorare, studiare e, dove possibile, mitigare un processo che ha conseguenze dirette non solo sulla sicurezza alpina, ma anche sull'approvvigionamento idrico della Pianura Padana? La risposta, per ora, arriva più dai laboratori e dai centri di ricerca che dalle aule della politica. E intanto, sulla Marmolada, georadar e droni continuano a scrutare un gigante di ghiaccio che si fa ogni anno più fragile.