Un solo studente aggiuntivo proveniente da una minoranza ogni cento iscritti fa crescere gli stipendi cumulativi dell'intera coorte fino a 30.000 dollari. La ricerca, pubblicata su Nature il 29 aprile 2026 da ricercatori dell'Università del Connecticut e della Dartmouth, smonta con dati concreti l'idea che la diversità nelle classi universitarie avvantaggi solo chi appartiene a gruppi sottorappresentati.
Lo studio: cosa hanno trovato e come
Il team guidato da Debanjan Mitra ha analizzato oltre 6.000 coorti di studenti MBA e di giurisprudenza per decenni: 2.964 coorti MBA in 141 atenei su 29 anni, e 3.386 coorti di legge in 200 università su 21 anni. Il risultato: le classi con maggiore eterogeneità razziale all'iscrizione producono laureati con stipendi mediani più alti, anche controllando per qualità degli studenti e differenze tra atenei.
Per i corsi MBA, l'aggiunta di un solo studente da una minoranza per ogni cento porta a 13.000 dollari in più di stipendi cumulativi per la coorte. Per la giurisprudenza il beneficio arriva fino a 30.000 dollari.
La ricerca UConn-Dartmouth su diversità e reddito dei laureati esce in un momento di forte pressione sulle politiche di inclusione negli Stati Uniti. Nel 2023 la Corte Suprema ha vietato l'uso di criteri razziali nelle ammissioni universitarie, e l'amministrazione Trump ha minacciato tagli ai finanziamenti federali per le università che mantengano programmi DEI (Diversity, Equity and Inclusion). Roberts aveva definito i benefici della diversità "inescapabilmente non misurabili": lo studio offre ora una risposta in dollari.
Il divario italiano: un vantaggio che resta non sfruttato
Se la ricerca conferma che l'eterogeneità nelle classi aumenta il valore economico di una laurea per tutti, il problema italiano è che le classi universitarie restano socialmente omogenee per ragioni strutturali.
Secondo il Report ISTAT sui livelli di istruzione 2023, quando i genitori hanno un titolo di studio basso, solo il 10% dei figli raggiunge un titolo universitario e il 24% abbandona precocemente gli studi. Quando almeno un genitore è laureato, la situazione si inverte: quasi il 70% dei figli consegue una laurea e il tasso di abbandono scende al 2%.
Il divario è di circa 60 punti percentuali. Provenire da una famiglia poco istruita in Italia riduce le probabilità di laurearsi a un sesto rispetto a chi cresce con genitori universitari. Il tasso complessivo di laureati nella fascia 25-64 anni è al 21,6%, contro una media europea del 35,1%: quasi 14 punti sotto la media UE27.
La differenza si riflette anche sui tassi di occupazione: i laureati italiani tra i 25-64 anni trovano lavoro nell'84,3% dei casi, contro il 73,3% dei diplomati. Ma il tasso medio UE per i laureati è 87,6%, tre punti sopra quello italiano anche per chi ha il titolo terziario.
L'Italia parte quindi da classi universitarie poco eterogenee sul piano socioeconomico. Se lo studio americano indica che l'eterogeneità produce reddito misurabile per tutti i laureati, il costo di questa assenza si paga sul mercato del lavoro.
Cosa significa per le politiche di accesso
I ricercatori di Connecticut e Dartmouth concludono che le politiche che riducono la diversità nelle aule "ridurranno anche i benefici di apprendimento". Per chi studia le politiche universitarie italiane, la traduzione è diretta: ampliare l'accesso agli studenti con background socioeconomico svantaggiato non è solo una questione di equità formale, ma un investimento che produce ritorni misurabili per tutti gli iscritti.
Gli strumenti esistono: borse di studio per il diritto allo studio, supporti economici regionali, agevolazioni sulle tasse universitarie per fasce ISEE basse. Il Ministero dell'Università e della Ricerca destina ogni anno fondi al diritto allo studio, distribuiti attraverso le regioni e gli atenei. Ma il loro impatto sull'eterogeneità sociale nelle classi dipende da quanto riescono ad abbattere quella barriera che separa il 10% dei figli di genitori poco istruiti dal 70% dei figli di laureati.
Con 21,6 laureati ogni 100 adulti in età lavorativa contro 35,1 nella media UE, e un accesso all'università ancora fortemente condizionato dall'istruzione dei genitori, il sistema italiano lascia fuori dagli atenei una quota di potenziale economico che la ricerca ha ora imparato a quantificare in dollari.