Sull'isola di Montecristo crescono lecci di circa 950 anni, sopravvissuti a quasi sette secoli di storia. Si sono radicati nei decenni successivi al 1347, quando la peste nera dimezzò la popolazione europea e svuotò i campi italiani. Lo dimostra uno studio internazionale guidato dall'Università della Tuscia e appena pubblicato sui Proceedings of the National Academy of Sciences.
Sei secoli letti nel legno
Il gruppo di ricerca ha analizzato campioni di Quercus ilex sull'Isola di Montecristo (100-500 metri sul livello del mare) e di Quercus petraea sul massiccio dell'Aspromonte (1.100-1.800 metri). Due ambienti agli estremi opposti della fascia forestale mediterranea, in cui gli esemplari più antichi sono stati selezionati e datati al radiocarbonio. L'obiettivo era ricostruire l'anno in cui ciascun albero si è radicato, una procedura che la dendrocronologia classica non riesce a estendere oltre i 500-600 anni.
Il confronto fra le distribuzioni di probabilità delle età ha rivelato una concentrazione di insediamenti tra il 1400 e il 1650, periodo che coincide con le ondate ricorrenti della peste in Italia e nel bacino mediterraneo. Al team della Tuscia hanno collaborato l'Università di Bologna, l'Università del Salento, l'Università del Nevada e l'Accademia Cinese delle Scienze; lo studio è pubblicato sulla rivista PNAS.
Montecristo e Aspromonte, due storie diverse
A Montecristo i lecci mostrano una deviazione positiva significativa tra il 1407 e il 1486, pochi decenni dopo lo scoppio della peste nera. La pressione umana ridotta, accompagnata da una fase climatica più umida, ha permesso un'esplosione di nuovi insediamenti che in circa cento anni ha trasformato l'isola nella fitta foresta descritta dalle cronache cinquecentesche.
L'Aspromonte mostra invece il pattern opposto nel periodo precedente: una deviazione negativa tra il 1237 e il 1310, sintomo del degrado provocato dallo sfruttamento medievale, seguita da un recupero più lento e diluito. La rigenerazione del rovere mediterraneo è ripresa solo in una fase climatica più arida e ha richiesto secoli, non decenni. La sincronia fra due popolazioni vegetali distanti centinaia di chilometri e biologicamente non imparentate esclude che il fattore comune possa essere un evento naturale locale come incendi o siccità, e indica nel crollo demografico il vero meccanismo di rilascio.
I dati radiometrici hanno spinto verso l'alto anche il record di longevità delle latifoglie temperate. Gli esemplari di leccio di Montecristo raggiungono 950 ± 84 anni nel 2025, circa 200 anni in più del precedente massimo documentato per le sempreverdi mediterranee. Queste querce diventano archivi naturali in cui leggere sei secoli di pressione antropica e oscillazioni climatiche, con implicazioni dirette sui modelli demografici degli ecosistemi forestali e sul ciclo del carbonio.
Le capre selvatiche cancellano l'eredità del Quattrocento
Il rewilding documentato dal paper non è scontato. A Montecristo l'erbivoria delle capre inselvatichite sta provocando un collasso demografico del leccio: la rigenerazione è bloccata, restano in piedi soltanto gli alberi senescenti. Gli autori indicano il controllo della popolazione caprina come intervento necessario per evitare di perdere in pochi decenni un patrimonio costruito in sette secoli. Anche in Aspromonte la gestione forestale resta una variabile decisiva, fra pascolo brado, incendi e tagli.
Capire quanto velocemente una foresta mediterranea possa ricostruirsi senza interventi attivi è una questione aperta anche per le politiche europee di ripristino della natura. Il monitoraggio satellitare ad alta risoluzione, come quello previsto dal nuovo satellite Biomass dell'ESA, permetterà nei prossimi anni di osservare in diretta dinamiche di rinaturalizzazione che a Montecristo e Aspromonte hanno richiesto secoli per consolidarsi.
I 950 anni dei lecci di Montecristo fissano un termine di paragone concreto: la rinaturalizzazione spontanea funziona, ma è fragile. Se la pressione torna, pastorale o incendiaria, un albero che ha resistito a sette pestilenze può sparire nell'arco di una generazione.