Il Nobel per la medicina 2026 è andato all'optogenetica, la tecnica che accende e spegne i singoli neuroni con un lampo di luce blu. Lo hanno vinto Karl Deisseroth (Stanford), Peter Hegemann (Humboldt di Berlino) e Georg Nagel (Würzburg), con un premio di 12 milioni di corone svedesi diviso in parti uguali.
Un'alga, una proteina, un interruttore per i neuroni
Hegemann e Nagel hanno isolato nei primi anni Duemila la canalrodopsina, una proteina della microalga Chlamydomonas che si apre quando viene illuminata di blu e lascia passare ioni carichi. Deisseroth l'ha trasferita nei neuroni di ratto nel 2005 e due anni dopo l'ha fatta funzionare nel cervello di topi vivi: da allora i ricercatori riescono a mappare quali circuiti nervosi governano memoria, paura, movimento. In clinica l'optogenetica è già in sperimentazione per restituire la vista a pazienti con retiniti ereditarie.
Dove si fa optogenetica in Italia
L'Italia non è nel palmarès del Nobel 2026, ma la tecnica si usa in laboratori di punta da Nord a Sud. A Padova il gruppo coordinato da Giorgio Carmignoto, tra il dipartimento di Scienze biomediche dell'ateneo e l'Istituto di neuroscienze del CNR, ha dimostrato che gli interneuroni che producono parvalbumina possono fermare le crisi epilettiche quando vengono riaccesi con la luce.
A Trieste il laboratorio SENSEx della SISSA, guidato da Mathew Diamond, usa l'optogenetica per capire come il cervello costruisce le esperienze sensoriali soggettive e come traduce in percezione i segnali che arrivano dalle vibrisse dei roditori. All'Istituto italiano di tecnologia il Neural Coding Lab combina optogenetica a uno e due fotoni con la registrazione simultanea dell'attività neuronale fra la sede di Genova e il centro di Rovereto; una collaborazione del team IIT di Lecce con il gruppo di Bernardo Sabatini di Harvard è finita su Nature Neuroscience nel 2017, con fondi del Consiglio europeo della ricerca e dei National Institutes of Health statunitensi. All'Università di Pavia è attivo da anni un Laboratorio di optogenetica dedicato alla stimolazione di neuroni e cardiomiociti su campioni in vitro, ex vivo e in vivo, mentre il CNR coordina il progetto CT4OPTO sulla progettazione di nuove proteine foto-sensibili.
Il gap che il Nobel rende visibile
Il problema sono le risorse. Nel 2023, ultimo anno con dati Eurostat consolidati, l'Italia ha investito in ricerca e sviluppo l'1,30% del PIL. Nello stesso anno la Germania si è attestata al 3,11%, la Francia al 2,19%, la Spagna all'1,49%. Due volte e mezza il nostro sforzo. La Humboldt di Berlino, il Max Planck di Francoforte, Stanford: le tre istituzioni che si dividono il Nobel 2026 appartengono a sistemi di ricerca che spendono molto più del nostro.
Gli italiani sanno vincere i bandi europei, non sempre riescono a svolgerli in casa. Nell'ultima tornata degli ERC Starting Grant il paese è secondo in Europa per vincitori, ma dei 55 progetti assegnati a ricercatori italiani solo 30 saranno realizzati in laboratori italiani: gli altri 25 porteranno i fondi in Germania, Francia, Regno Unito. Anche la ministra Bernini ha annunciato un fondo da 50 milioni di euro per far rientrare chi ha vinto un ERC Starting o Consolidator fuori dall'Italia.
Dal 2007, quando Mario Capecchi vinse per i topi knock-out, nessun italiano ha più preso il Nobel per la medicina: diciannove anni di distanza da un podio su cui Camillo Golgi, Salvador Luria, Renato Dulbecco e Rita Levi-Montalcini avevano scritto pagine fondamentali. Il Nobel 2026 non è una medaglia che manca all'Italia, è un termometro: misura quanto il paese investe nei laboratori in cui gli italiani restano a lavorare.