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Anni di difficoltà economiche accelerano l'invecchiamento del cervello

Studio UCL su 2.759 persone: chi vive con difficoltà economiche persistenti ha test cognitivi peggiori a 53 anni e più atrofia cerebrale dopo i 69.

Chi vive per anni con difficoltà economiche persistenti ha punteggi cognitivi peggiori già a 53 anni e mostra più atrofia cerebrale dopo i 69. Lo dice uno studio pubblicato su Innovation in Aging condotto su 2.759 britannici nati nel 1946.

Cosa dice lo studio dell'UCL

Il gruppo dell'University College London ha incrociato i dati della MRC National Survey of Health and Development, la coorte di nascita più longeva al mondo, con test cognitivi eseguiti a 53 e 69 anni e risonanze magnetiche cerebrali fra i 69 e i 71 anni. Il reddito familiare è stato rilevato a 26, 43 e 53 anni; la capacità di gestire le spese domestiche fra 36 e 53 anni. Chi rientrava almeno due volte nel quintile più basso di reddito è stato classificato come basso reddito persistente: il 16% del campione, uno su sei.

Chi superava la soglia di difficoltà finanziaria almeno due volte è finito nella categoria persistente hardship: il 12%, uno su otto. I risultati: velocità di elaborazione e memoria verbale a 53 anni peggiori per entrambe le condizioni. Nel sottogruppo con risonanza, il basso reddito persistente correla con maggiore atrofia cerebrale e ventricoli più ampi, un segno di riduzione del tessuto cerebrale. Il legame resiste anche depurando i dati per capacità cognitive infantili, livello di istruzione e svantaggio socio-economico durante l'infanzia. Il paper originale su Innovation in Aging è consultabile in open access.

Il conto per l'Italia: 5,7 milioni di persone in povertà

Lo studio è britannico ma il quadro italiano è più severo. Secondo i dati ISTAT sulla povertà 2024, in Italia vivono in povertà assoluta 5,7 milioni di persone, il 9,8% dei residenti, distribuiti in 2,2 milioni di famiglie. I minori in povertà assoluta sono 1,28 milioni, il 13,8% dei minori residenti. Nel Mezzogiorno la quota di famiglie povere sale al 10,5%, contro il 7,9% del Nord. Le famiglie composte solo da stranieri hanno un tasso di povertà assoluta del 35,2%, contro il 6,2% delle famiglie composte da soli italiani.

Applicando alla popolazione adulta italiana la statistica dello studio UCL, il 12% con problemi finanziari persistenti significherebbe alcuni milioni di persone potenzialmente esposte al meccanismo di declino cognitivo precoce descritto dai ricercatori londinesi. E la scala del problema neurologico è già alta: l'Osservatorio Demenze dell'ISS stima 1.126.961 casi di demenza fra gli over 65, con 150.000 nuovi casi ogni anno, di cui 80.000 di Alzheimer e 40.000 di demenza vascolare.

Lo studio non prova un rapporto causale diretto: rimane osservazionale. Ma le associazioni tengono a più controlli statistici. Chi passa anni a preoccuparsi di pagare l'affitto ha, nel lungo periodo, un cervello che invecchia più in fretta di chi non porta lo stesso peso.

I meccanismi e chi è più a rischio

Gli autori indicano due strade biologiche. La prima è l'infiammazione cronica indotta dallo stress prolungato, un processo già associato all'invecchiamento cerebrale accelerato. La seconda è il carico cognitivo: preoccuparsi ogni giorno di come chiudere il mese occupa risorse mentali che non restano disponibili per altre funzioni. L'effetto è doppio, biologico per via dei marker infiammatori e attentivo per via del sovraccarico mentale.

Il rischio non è distribuito in modo uniforme. L'associazione fra povertà persistente e peggior salute cerebrale è più forte negli uomini, in chi ha vissuto svantaggio nell'infanzia e in chi porta la variante genetica APOE-ε4, il fattore ereditario più noto per il rischio Alzheimer. Nel campione UCL gli uomini con difficoltà persistenti sono andati peggio delle donne nei test cognitivi a 53 anni, forse per abitudini di salute più a rischio e per la pressione di essere unico reddito familiare in una coorte del 1946.

I ricercatori suggeriscono che ridurre la povertà cronica potrebbe abbattere una quota dei casi di demenza attesi nei prossimi decenni. Il sostegno al reddito, letto in questa chiave, diventa uno strumento di prevenzione neurologica prima ancora che economica.

Pubblicato il: 30 luglio 2026 alle ore 13:55