Gli adolescenti hanno la dieta con la più alta impronta di carbonio pro capite al mondo. Lo certifica una ricerca coordinata dalle università di Birmingham e Groningen appena pubblicata su Nature Food, che ha analizzato 141 prodotti in 22 fasce d'età di 149 Paesi tra il 2000 e il 2019. Il dato risuona in modo particolare in Italia.
Il paradosso della fascia 11-29 anni
Nelle due decadi esaminate le emissioni del sistema alimentare mondiale sono aumentate di 2,1 miliardi di tonnellate di CO2 equivalente. Il singolo fattore più determinante è la carne rossa, il cui consumo cresce insieme al peggioramento della qualità nutrizionale complessiva. Lo studio pubblicato su Nature Food colloca i giovani tra gli 11 e i 29 anni al vertice della graduatoria pro capite, grazie a un mix di carne, latticini e alimenti ultra-trasformati che si consolida in adolescenza.
Sui piatti italiani questo profilo si legge con precisione statistica. Secondo la indagine IV SCAI del CREA condotta su 1.969 individui tra 0 e 74 anni con metodologia armonizzata EFSA, il consumo medio nazionale di carne e prodotti carnei è pari a 100 grammi al giorno. La distribuzione per età mostra però un picco netto tra gli adolescenti: 143 grammi al giorno contro i 125 grammi degli adulti e i 97 grammi degli over 65. Un adolescente italiano mangia quindi il 15% di carne in più di un adulto e quasi il 50% in più di un anziano.
Il divario con le raccomandazioni LARN
I LARN indicano un limite di 100 grammi a settimana per la carne rossa e 50 grammi per la carne trasformata. A 143 grammi al giorno un adolescente medio raggiunge in una sola settimana un consumo pari a dieci volte la soglia consigliata per il tipo più impattante sul clima e sulla salute. La distanza tra abitudine reale e raccomandazione ufficiale è di ordine di grandezza, non di correzione marginale.
Il consumo apparente pro capite si è attestato sui 79 chilogrammi all'anno nel 2024, in calo del 12% rispetto al 2010. Il 33% di chi si dichiara flexitariano cita esplicitamente l'ambiente come motivazione, ma la contrazione visibile riguarda soprattutto la fascia adulta. Il divario territoriale è consistente: il Nord-Est resta sopra gli 85 chilogrammi pro capite, il Sud sotto i 77. Un dato che l'inclusione della variabile età rende ancora più sfumato: gli adolescenti del Nord partono da un livello di consumo più alto rispetto a quelli del Mezzogiorno.
Il contributo silenzioso degli over 60
Il secondo asse dello studio ribalta la lettura giovanile. Sul totale dell'aumento globale delle emissioni alimentari nel ventennio esaminato, il 25,4% è attribuibile agli over 60. Non perché la loro dieta individuale pesi più di quella dei ventenni, ma perché sono la coorte in crescita più rapida nei Paesi ad alto reddito, Italia in testa. Il consumo unitario resta contenuto (97 grammi giornalieri di carne secondo il CREA), ma la moltiplicazione per una fascia demografica in espansione produce l'impatto climatico più rilevante.
Le due leve di riduzione devono quindi muoversi su binari separati: educazione alimentare, riformulazione dei prodotti industriali e riduzione degli ultra-trasformati per gli under 30, ridisegno delle porzioni e delle abitudini quotidiane per la popolazione che invecchia. Il team internazionale coordinato da Yanxian Li avverte che una singola strategia climatica valida per tutte le età rischia di non spostare l'ago della bilancia. Sui giovani perché consumano molto, sugli anziani perché sono tanti. Una lettura che riecheggia il racconto sulla nuova generazione italiana: la disponibilità al cambiamento c'è, mancano incentivi coerenti.
Le prossime linee guida di sana alimentazione italiane, in aggiornamento sui dati SCAI 2017-2020, dovranno affrontare il doppio fronte con obiettivi separati per classe d'età. Senza questa distinzione, il calo del 12% dei consumi complessivi registrato in quindici anni difficilmente si tradurrà in una riduzione proporzionale delle emissioni alimentari nazionali.