Uno studio pubblicato su Nature Communications il 30 luglio 2026 stima che tra 2.000 e 5.000 tonnellate di uranio naturale siano state esportate dalla Repubblica Democratica del Congo verso la Cina tra il 2000 e il 2024, come sottoprodotto delle spedizioni di idrossido di cobalto. Il periodo coperto dallo studio è di 24 anni. La quota dichiarata all'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica resta sotto il 10%.
I numeri dello studio Nature Communications
Il paper è firmato da Ryan Manzuk e Sébastien Philippe, ricercatori dell'Università del Wisconsin-Madison e di Princeton, insieme ai giornalisti di Lighthouse Reports e Financial Times. La stima corrisponde a 4,4-11 milioni di libbre di uranio naturale contenuto negli idrossidi di cobalto spediti verso Pechino, che raffina l'80% dell'offerta mondiale del metallo e riceve il 95% della produzione congolese.
Il calcolo parte dalla mineralogia: nelle miniere del Katanga cobalto e uranio sono geologicamente associati e il processo di raffinazione produce inevitabilmente uranio come sottoprodotto commerciale. Convertito in materiale fissile, il volume stimato potrebbe alimentare 600-1.500 testate nucleari oppure un reattore ad acqua leggera per 10-25 anni.
L'AIEA applica salvaguardie in 190 Stati aderenti al Trattato di non proliferazione, ma copre solo il materiale nucleare formalmente dichiarato dai governi. Se il flusso passa sotto voce doganale cobalto, nessun controllo sull'utilizzo finale si attiva. Il funzionario dell'agenzia nucleare congolese Steve Muanza ha confermato a Lighthouse Reports che è tecnicamente probabile che le raffinerie cinesi estraggano uranio dal cobalto importato, chiedendo finanziamenti per monitor radiologici.
Il vuoto dichiarativo cinese dal 2017
Un secondo dato completa il quadro dal lato cinese. Pechino non presenta all'AIEA la sua dichiarazione INFCIRC/549 sui materiali fissili civili dal 2017: le comunicazioni annuali relative agli anni 2017-2024 mancano tutte, come documentato dall'International Panel on Fissile Materials il 2 marzo 2026. L'ultimo aggiornamento ufficiale risale al 2016 e riportava 40,9 kg di plutonio separato al 31 dicembre di quell'anno.
Nello stesso intervallo l'arsenale nucleare cinese è passato dalle circa 200 testate di metà anni Duemila alle 620 stimate dallo Yearbook SIPRI 2026, con proiezioni del Pentagono che indicano il superamento delle 1.000 testate entro il 2030. Il vuoto documentale di otto anni sulle scorte civili coincide con la fase di espansione più veloce al mondo di un arsenale militare.
Il Ministero della Difesa cinese ha respinto le ricostruzioni statunitensi sul dossier accusando Washington di propagandare un narrativo di sviluppo nucleare non trasparente. I dati sui flussi materiali, però, non arrivano da fonti governative americane ma da un paper peer-reviewed condotto da fisici accademici che incrociano dati doganali pubblici tra Kinshasa e Pechino.
Le scorie nelle comunità congolesi
Il paper stima tra 1.000 e 4.000 tonnellate di uranio finite nei tailing, cioè nelle scorie minerarie a cielo aperto accanto alle comunità del Katanga. Non esistono programmi di monitoraggio radiologico strutturato sulle miniere di cobalto congolesi. Il rischio non è ipotetico: l'uranio disciolto migra nelle falde, contamina l'acqua potabile e concentra materiale radioattivo nei sedimenti agricoli.
Il collegamento con la transizione energetica europea è diretto. Il cobalto è materia prima delle batterie al litio delle auto elettriche e degli accumuli da rinnovabili. La stessa filiera che serve a decarbonizzare i trasporti europei origina, a monte, un flusso di materiale nucleare non tracciato e comunità esposte a contaminazione radiogena.
Il monitoraggio ambientale su larga scala è tecnicamente fattibile. Il sistema Copernicus quantifica in tempo reale le 9.000 tonnellate di CO2 emesse ogni giorno dall'Etna usando satelliti e reti di sensori a terra. Le stesse tecnologie potrebbero mappare la radioattività nei bacini di scarico minerario, ma sui siti del cobalto quella sorveglianza non è mai stata attivata.
L'assemblea generale AIEA di settembre 2026 avrà come dossier tecnici il Safeguards Implementation Report 2024 e le proposte di aggiornamento del Protocollo Aggiuntivo. Da quelle decisioni dipende se le filiere del cobalto entreranno tra le materie prime radiologicamente tracciate. Il gap dichiarativo di 24 anni indica che il framework attuale non copre l'intero ciclo minerario.