* L'allineamento dei rettori: un fronte compatto fin dal primo giorno * Dagli accordi con i commissariati alle quote militari * Novosibirsk, il caso limite: arruolati o espulsi * Una crisi accademica senza precedenti * Cosa resta dell'università russa
C'è stato un tempo in cui le grandi università russe ambivano a competere con Oxford e il MIT. Pubblicazioni internazionali, programmi di scambio, fondi per la ricerca di base. Quel tempo è finito. Oggi le stesse istituzioni che dovrebbero formare la classe dirigente del Paese si sono trasformate — progressivamente, ma con una brutalità che non lascia spazio a eufemismi — in centri di reclutamento per l'esercito di Vladimir Putin.
La parabola è nota nelle sue linee generali, ma i dettagli che continuano a emergere restituiscono un quadro sempre più inquietante della militarizzazione degli atenei russi, un fenomeno che non ha equivalenti nel panorama accademico contemporaneo.
L'allineamento dei rettori: un fronte compatto fin dal primo giorno {#lallineamento-dei-rettori-un-fronte-compatto-fin-dal-primo-giorno}
Tutto è cominciato con una rapidità che ha detto molto sulla natura del sistema. Il 6 marzo 2022 — appena dieci giorni dopo l'inizio dell'invasione su larga scala dell'Ucraina — la Unione Russa dei Rettori ha diffuso una dichiarazione pubblica di supporto a quella che il Cremlino si ostinava a chiamare _operazione militare speciale_. Non una voce contraria, almeno ufficialmente. Non un distinguo. Un allineamento totale, monolitico, che ha trasformato i vertici accademici in altrettanti megafoni della propaganda bellica.
Stando a quanto è emerso nei mesi e negli anni successivi, quella dichiarazione non è stata un semplice atto simbolico. È stata il via libera politico per una trasformazione strutturale del ruolo stesso dell'università nella società russa. I rettori — quelli che in un sistema democratico dovrebbero difendere l'autonomia della ricerca e la libertà di pensiero — hanno scelto di diventare, nei fatti, dei quislings nelle torri d'avorio.
Per chi osserva le dinamiche dell'istruzione superiore a livello globale, il parallelo più immediato è con le epurazioni sovietiche degli anni Trenta, quando l'accademia fu piegata alle esigenze del partito. Ma c'è una differenza sostanziale: allora il terrore era lo strumento principale. Oggi molti rettori russi sembrano aver scelto la collaborazione con entusiasmo, o quantomeno con una disinvoltura che lascia pochi dubbi sulla profondità della crisi etica delle istituzioni accademiche del Paese.
Dagli accordi con i commissariati alle quote militari {#dagli-accordi-con-i-commissariati-alle-quote-militari}
La fase successiva è stata quella dell'istituzionalizzazione. Entro il 2023, oltre 50 istituzioni universitarie russe avevano firmato accordi formali di cooperazione con i commissariati militari locali. Non si tratta di generici protocolli d'intesa: sono accordi operativi che prevedono la segnalazione di studenti idonei, l'organizzazione di eventi di reclutamento all'interno dei campus e, in diversi casi, la condivisione di dati personali degli iscritti con le autorità militari.
Le università che un tempo erano considerate le punte di diamante del sistema accademico russo non hanno fatto eccezione. Anzi. La Higher School of Economics (HSE) — fino a pochi anni fa il fiore all'occhiello della modernizzazione accademica russa, con programmi in lingua inglese e collaborazioni con atenei europei e americani — e il Moscow Institute of Physics and Technology (MIPT), spesso definito il "MIT russo", hanno introdotto quote riservate ai figli dei partecipanti all'operazione speciale.
Vale la pena soffermarsi su questo punto. Non si parla di borse di studio per orfani di guerra — misura che, pur discutibile nel contesto di una guerra d'aggressione, rientrerebbe almeno in una logica assistenziale. Si parla di corsie preferenziali per l'ammissione legate direttamente alla partecipazione dei genitori al conflitto. Un meccanismo che serve a due scopi simultanei: da un lato, offrire un incentivo concreto all'arruolamento; dall'altro, radicare nella vita universitaria la normalizzazione della guerra.
L'effetto sulla qualità dell'istruzione è facilmente immaginabile. Quote basate non sul merito ma sulla partecipazione bellica di un familiare erodono il principio stesso della selezione accademica. Ma ormai, evidentemente, la missione dell'università russa non è più formare i migliori.
Novosibirsk, il caso limite: arruolati o espulsi {#novosibirsk-il-caso-limite-arruolati-o-espulsi}
Se la progressione dal 2022 al 2023 poteva ancora essere letta come un adattamento opportunistico, ciò che è accaduto nel gennaio 2026 ha segnato il passaggio a una fase apertamente coercitiva.
L'Università Statale di Novosibirsk — uno degli atenei più prestigiosi della Siberia, storicamente legato all'Accademia delle Scienze — ha minacciato di espulsione circa 200 studenti che non si erano resi disponibili all'arruolamento. Duecento ragazzi messi di fronte a un bivio brutale: la divisa o la porta.
Il caso di Novosibirsk rappresenta un salto qualitativo che non può essere sottovalutato. Fino a quel momento, le università avevano agito come facilitatrici del reclutamento: organizzavano incontri, offrivano incentivi, creavano un ambiente favorevole all'arruolamento. A Novosibirsk si è passati alla coercizione diretta, con l'istituzione accademica che utilizza il proprio potere disciplinare — l'espulsione — come leva per alimentare la macchina bellica.
Non è chiaro quanti di quei 200 studenti abbiano effettivamente ceduto alla pressione. Quello che è chiaro è il messaggio: l'università russa non è più un rifugio, nemmeno teorico, dalla guerra. Per generazioni, la bronirovaniye — il differimento dal servizio militare garantito agli studenti universitari — era stata una delle ragioni principali per cui le famiglie russe investivano nell'istruzione dei figli. Quel patto sociale è stato stracciato.
Una crisi accademica senza precedenti {#una-crisi-accademica-senza-precedenti}
I numeri della crisi accademica russa vanno ben oltre il reclutamento diretto. La fuga di cervelli, già significativa prima del 2022, ha assunto proporzioni drammatiche. Ricercatori, docenti, studenti di dottorato: chi ha potuto lasciare il Paese lo ha fatto. Chi è rimasto si trova a operare in un sistema dove la libertà accademica è un concetto svuotato di significato e dove le priorità sono dettate non dalla ricerca della conoscenza ma dalle esigenze del fronte.
Le collaborazioni internazionali — linfa vitale per qualsiasi sistema universitario che voglia restare competitivo — sono state in larga parte interrotte. Le sanzioni occidentali hanno tagliato l'accesso a riviste, database, strumentazioni. Il risultato è un isolamento scientifico che ricorda, per certi versi, quello dell'era sovietica, ma senza la massa critica di risorse che l'URSS riusciva comunque a mobilitare.
Per le università europee e italiane, la questione pone interrogativi concreti. I programmi di cooperazione con atenei russi, già sospesi dopo il febbraio 2022, difficilmente potranno essere riattivati finché le istituzioni accademiche di Mosca, San Pietroburgo e Novosibirsk resteranno, di fatto, appendici dell'apparato militare. La comunità scientifica internazionale si trova davanti a un dilemma noto ma mai così acuto: come mantenere un canale di dialogo con i ricercatori russi senza legittimare istituzioni che reclutano studenti per una guerra d'aggressione.
Cosa resta dell'università russa {#cosa-resta-delluniversità-russa}
Il percorso che ha portato dalla dichiarazione dei rettori del marzo 2022 alle minacce di espulsione di Novosibirsk nel gennaio 2026 racconta una storia di progressiva degradazione. Non improvvisa, non casuale, ma sistematica. Ogni passaggio ha preparato il successivo: prima l'adesione ideologica, poi gli accordi istituzionali, quindi gli incentivi, infine la coercizione.
Quello che resta dell'università russa, al netto della retorica patriottica, è un sistema che ha rinunciato alla propria ragion d'essere. Un'istituzione che minaccia di espellere gli studenti se non vanno a combattere non è più un'università in nessun senso riconoscibile del termine. È un ufficio di leva con aule e cattedre.
La domanda che gli osservatori internazionali si pongono non è più se la Russia riuscirà a mantenere la propria competitività accademica — quella battaglia è già persa. La domanda è quanto tempo ci vorrà, una volta terminato il conflitto, per ricostruire un sistema universitario credibile. E se ci sarà ancora qualcuno, tra i ricercatori rimasti, disposto a provarci.