Chi ha spinto più di tutti per creare l'Australian Tertiary Education Commission adesso avverte che quell'ente rischia di essere il problema. Luke Sheehy, CEO di Universities Australia, il 21 maggio 2026 ad Adelaide ha dichiarato che le università australiane sono già sommerse da 300 obblighi normativi separati tra leggi, regolamenti e adempimenti burocratici, e l'ATEC, nato per semplificare il sistema, non deve diventarne il 301°.
Trecento obblighi, un sistema sempre più pesante
Alcune università australiane sono tenute a rispettare fino a 300 obblighi distinti, legislativi, regolatori e di rendicontazione, accumulati nel corso degli anni. Sheehy ha elencato i dossier che arrivano sui tavoli dei rettori: migrazione, alloggi, politica estera, coesione sociale, intelligenza artificiale, cultura dei campus, sicurezza degli studenti, salute mentale.
Il CEO ha parlato al convegno dell'Australian Higher Education Industrial Association (AHEIA) ad Adelaide. Con ogni nuova questione arriva un'altra revisione, un altro processo di rendicontazione, un altro framework, un altro meccanismo di garanzia, un'altra direttiva ministeriale, un altro regolatore. Il risultato: ogni ora spesa ad alimentare quei sistemi è un'ora non spesa nell'insegnamento, nella ricerca o nel supporto agli studenti.
Sheehy ha descritto il settore come entrato in una nuova era della politica dell'istruzione superiore, definita da gestione responsabile, intervento, supervisione e, sempre più, regolamentazione. L'elenco dei problemi che finiscono sui tavoli dei rettori si allunga ogni anno: per il CEO, quasi ogni questione nazionale finisce per atterrare sulla scrivania di un vice-cancelliere universitario.
Il paradosso: chi ha creato l'ATEC ora lo teme
Universities Australia ha sostenuto attivamente la nascita dell'ATEC, raccomandato dall'Australian Universities Accord come organismo di governo a lungo termine del sistema terziario. Secondo il comunicato del Dipartimento dell'Istruzione australiano, l'ente ha avviato le operazioni in forma interinale nel luglio 2025 e ha ricevuto formale istituzione legislativa nelle settimane precedenti il discorso. Il suo mandato comprende la definizione delle allocazioni di finanziamento, la negoziazione di accordi di missione e il coordinamento tra università e formazione professionale.
Eppure, già ora, il timore è concreto. Il settore non ha bisogno di un altro organismo che aggiunga duplicazioni, obblighi di rendicontazione e carico amministrativo. Il sito ufficiale dell'ATEC presenta l'ente come 'custode del sistema'.
Sheehy ha messo in guardia anche contro la pianificazione centralizzata: La gestione responsabile non può diventare pianificazione centrale. Il coordinamento non può diventare overreach regolatorio. Universities Australia ha chiesto un ATEC forte, ma un ATEC che semplifica, riduce le sovrapposizioni e migliora il coordinamento tra agenzie, non uno che stratifica ulteriore burocrazia su un sistema già sovraccarico.
Autonomia o agenzia governativa?
Il discorso tocca un nodo strutturale. Le università non sono dipartimenti di stato ma istituzioni indipendenti, con le proprie missioni, le proprie competenze e le proprie responsabilità statutarie. Quell'indipendenza conta. Quello che si sta delineando in Australia è, secondo il CEO, un modello molto più interventista dove il governo vuole sempre più visibilità, influenza e leva su come funzionano le università. Sheehy ha precisato di non essere contrario alla supervisione in sé, ma al modo in cui si sta traducendo in pratica: meno tempo per ricerca, didattica e supporto agli studenti.
La preoccupazione è a lungo termine: una volta erosa l'autonomia, è molto difficile recuperarla.
Il sistema è diventato 'troppo complesso, troppo duplicativo e troppo pesante'. La posta non è astratta: ogni ora sottratta alla burocrazia è un'ora restituita all'insegnamento e alla ricerca. L'ATEC ha l'occasione di ridurre quei 300 obblighi che pesano sulle università australiane. Ma se li aumenta, il paradosso sarà completo.