Tesla e SpaceX hanno depositato un ricorso al Tribunale Distrettuale degli Stati Uniti per il Distretto Occidentale del Texas per ottenere una sentenza che dichiari che il marchio Terafab, scelto per la futura mega-fabbrica di chip nella contea di Grimes, non viola i diritti della statunitense TERA-print. La mossa arriva mentre le trattative stragiudiziali con la piccola azienda di Skokie, in Illinois, erano ancora aperte, con una proposta di accordo già sul tavolo.
Una fabbrica da 16,8 miliardi contro una startup dell'Illinois
Il progetto, annunciato da Elon Musk a marzo 2026, prevede un investimento iniziale di 16,8 miliardi di dollari per un complesso da 100 milioni di piedi quadrati destinato alla produzione, all'assemblaggio e al collaudo di chip di logica e memoria sotto un unico tetto. I chip serviranno ai robot umanoidi Optimus, ai veicoli Cybercab e all'infrastruttura di data center orbitali di SpaceX.
Dall'altra parte c'è TERA-print, azienda con sede a Skokie che commercializza sistemi di fotolitografia da banco a penna polimerica o a fascio. Sono strumenti da laboratorio, paragonabili a nano-stampanti 3D, usati nella ricerca biomedica e nella produzione di prototipi di chip in silicio e vetro. Il co-fondatore Andrey Ivankin ha ricordato che l'azienda ha un contratto con il Dipartimento della Difesa statunitense per la fabbricazione di nuovi semiconduttori e collabora con Mattiq nel settore dell'intelligenza artificiale.
Il calendario ribalta le posizioni
TERA-print ha registrato il marchio TERA-FAB presso lo U.S. Patent and Trademark Office - fascicolo TERA-FAB il 16 marzo 2021, dopo averlo depositato nel giugno 2017. Tesla, invece, ha presentato all'USPTO le proprie tre domande di registrazione soltanto il 18 maggio 2026, cioè due mesi dopo aver annunciato pubblicamente il progetto texano, con una copertura che include chip di logica, memoria e servizi di packaging per applicazioni AI e robotica. La sequenza è rilevante: nel diritto dei marchi statunitensi la priorità cronologica pesa più della dimensione delle aziende in causa.
Il 23 maggio 2026 TERA-print ha inviato una lettera di diffida a Tesla e SpaceX; il 10 giugno ha minacciato una causa federale per violazione del marchio, falsa designazione d'origine e concorrenza sleale. Il 17 settembre le società di Musk hanno anticipato l'avversario chiedendo a un giudice texano una declaratory judgment, cioè una sentenza di accertamento negativo. È una scelta strategica precisa: fissa il foro nel Texas anziché in Illinois, riduce l'incertezza sul nome mentre la fabbrica è già in cantiere e sposta l'onere della prova sull'attore.
Tesla sostiene che i due prodotti operino in ambiti distinti e che 'nessun consumatore ragionevole' possa confondere la fabbrica di chip da 16,8 miliardi con gli strumenti da banco di TERA-print. Ivankin ribatte che l'attività dell'azienda 'è tutt'altro che estranea al settore dei semiconduttori': proprio il contratto con la Difesa serve a documentare l'affinità dei settori, cioè il criterio decisivo per stabilire la likelihood of confusion.
Cosa succede ora, per Musk e per Optimus
La causa non riguarda soltanto un nome. Se il giudice federale accetta di trattare il caso in Texas e conferma la posizione di Tesla, il progetto può proseguire senza dover rinominare stabilimenti, divisioni chip e la linea di semiconduttori destinata a Optimus e Cybercab. Se invece la Corte trasferisce il caso in Illinois, dove ha sede TERA-print, le regole processuali cambiano e cresce il rischio di un accordo economico particolarmente costoso per Tesla.
Per TERA-print la posta in gioco è la sopravvivenza del proprio brand nel settore dei semiconduttori militari: se il nome Terafab si consolida come marchio Tesla, la startup rischia di essere di fatto oscurata sul mercato di riferimento, indipendentemente dal proprio titolo USPTO e dai rapporti con il Dipartimento della Difesa.
La prima decisione da attendere non riguarda il merito ma il foro: se il giudice texano si dichiara competente, Musk ha vinto la prima mano prima ancora di discutere della likelihood of confusion e del valore commerciale del marchio contestato.