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Tensioni in Medio Oriente, l'istruzione transnazionale sotto pressione: campus a rischio e programmi cancellati

L'escalation tra Iran e Israele costringe le università internazionali a ripensare la propria presenza nella regione. Dagli Emirati al Golfo, il modello dei branch campus affronta la prova più difficile

* L'escalation e le prime conseguenze sulle università * Gli Emirati Arabi, hub dell'istruzione transnazionale * Programmi sospesi e didattica online: la risposta degli atenei * Il calcolo geopolitico dei nuovi campus * Cosa cambia per gli studenti

L'escalation e le prime conseguenze sulle università {#lescalation-e-le-prime-conseguenze-sulle-universita}

Dal febbraio 2026, le tensioni tra Iran e Israele hanno subito un'accelerazione che ha colto di sorpresa non soltanto le cancellerie diplomatiche, ma anche un settore apparentemente lontano dai tavoli della geopolitica: quello dell'istruzione superiore internazionale. Eppure, a ben guardare, pochi ambiti sono altrettanto esposti. La regione mediorientale ospita decine di campus universitari stranieri — avamposti accademici di atenei occidentali che negli ultimi vent'anni hanno investito miliardi nel Golfo — e oggi queste strutture si trovano a fare i conti con un rischio che nessun piano strategico aveva davvero messo in conto.

La cronaca delle ultime settimane parla chiaro: diverse università hanno già cancellato programmi in presenza o trasferito l'attività didattica in modalità online. Decisioni prese in fretta, spesso senza un protocollo consolidato, che riflettono l'urgenza di garantire la sicurezza di studenti e personale accademico.

Gli Emirati Arabi, hub dell'istruzione transnazionale {#gli-emirati-arabi-hub-dellistruzione-transnazionale}

Per comprendere la portata del problema, basta guardare ai numeri. Stando ai dati del C-BERT (_Cross-Border Education Research Team_), gli Emirati Arabi Uniti ospitano attualmente 39 campus internazionali, il numero più alto al mondo per un singolo Paese. Si tratta di sedi operative di università britanniche, americane, australiane e — in misura crescente — asiatiche, che hanno scelto Dubai, Abu Dhabi e altre città emiratine come base per attrarre studenti da tutto il mondo.

Questo modello, che ha trasformato gli Emirati in una vera e propria capitale dell'istruzione transnazionale, poggia su un presupposto fondamentale: la stabilità. Stabilità politica, stabilità economica, stabilità della cornice di sicurezza regionale. Un presupposto che l'escalation in corso sta mettendo seriamente alla prova.

Gli Emirati non sono direttamente coinvolti nel conflitto, certo. Ma la prossimità geografica, il transito nello Stretto di Hormuz, le possibili ripercussioni sui flussi aerei e commerciali creano un clima di incertezza che per le famiglie — e per i board universitari — pesa quanto un rischio concreto.

Programmi sospesi e didattica online: la risposta degli atenei {#programmi-sospesi-e-didattica-online-la-risposta-degli-atenei}

Le risposte degli atenei, finora, sono state eterogenee. Alcune università hanno optato per la sospensione temporanea dei programmi _on-site_, riportando online corsi e seminari con una rapidità che ricorda, inevitabilmente, i giorni della pandemia. Altre hanno richiamato il personale espatriato, mantenendo operative soltanto le funzioni essenziali. Altre ancora hanno scelto di restare, rafforzando i protocolli di emergenza.

Non esiste, al momento, una risposta coordinata. Manca un framework comune — né a livello di singoli Paesi, né a livello di organizzazioni universitarie internazionali — per gestire questo tipo di crisi. Ogni ateneo si muove in autonomia, valutando caso per caso il rapporto tra costi, rischi e reputazione.

La didattica online, soluzione ormai collaudata, funziona come rete di sicurezza. Ma chi conosce il settore sa bene che il valore aggiunto di un campus internazionale risiede proprio nell'esperienza in presenza: il networking, l'immersione culturale, l'accesso a infrastrutture di ricerca che non si replicano attraverso uno schermo. Ridurre tutto a una piattaforma digitale significa, di fatto, svuotare la promessa che quei campus rappresentano.

Il calcolo geopolitico dei nuovi campus {#il-calcolo-geopolitico-dei-nuovi-campus}

L'effetto più profondo — e forse più duraturo — potrebbe riguardare le decisioni future. Stando a quanto emerge da fonti accademiche e istituzionali, diverse università internazionali stanno riconsiderando i propri piani di espansione nella regione. Il rischio geopolitico è entrato a pieno titolo nelle analisi di due diligence che precedono l'apertura di nuovi branch campus.

Non si tratta di un abbandono del Medio Oriente. Si tratta, piuttosto, di un ricalcolo. Dove aprire il prossimo campus? Con quali garanzie? Con quale orizzonte temporale? Domande che fino a un anno fa avevano risposte relativamente semplici e che oggi richiedono scenari multipli.

Questo spostamento di attenzione potrebbe avvantaggiare altre aree del mondo. L'Africa orientale, ad esempio, sta emergendo come destinazione alternativa per l'istruzione superiore transnazionale, grazie a strategie regionali mirate e a una domanda di formazione universitaria in forte crescita. Allo stesso modo, Paesi dell'Africa occidentale come il Ghana stanno investendo sull'accesso all'istruzione universitaria, creando potenzialmente le condizioni per attrarre partnership internazionali.

Ma diversificare non è semplice, né rapido. Le infrastrutture del Golfo — aeroporti, free zone educative, agevolazioni fiscali — non hanno equivalenti immediati altrove. E gli investimenti già realizzati nella regione rappresentano costi sommersi che nessun ateneo può ignorare.

Cosa cambia per gli studenti {#cosa-cambia-per-gli-studenti}

Al centro di tutto restano loro: gli studenti. Migliaia di ragazzi e ragazze, provenienti da decine di Paesi diversi, che hanno scelto un campus nel Golfo per costruirsi un futuro professionale. Per molti, soprattutto quelli provenienti dal Sud-est asiatico e dal subcontinente indiano, quei campus rappresentano l'unica via accessibile a un titolo di studio occidentale riconosciuto a livello globale.

La cancellazione o il ridimensionamento dei programmi non è un semplice disagio logistico. È un'interruzione che può avere conseguenze concrete: visti in scadenza, opportunità di stage saltate, percorsi di laurea prolungati o, nel peggiore dei casi, abbandonati.

Le università hanno la responsabilità — contrattuale e morale — di garantire continuità. Ma la questione resta aperta: fino a che punto è possibile mantenere la promessa di un'esperienza formativa internazionale di qualità quando il contesto geopolitico in cui quella promessa si inscrive diventa instabile?

La risposta, con ogni probabilità, modellerà il futuro stesso dell'istruzione transnazionale. Non solo in Medio Oriente, ma ovunque il sapere accademico si intrecci con le linee di faglia della politica mondiale.

Pubblicato il: 13 marzo 2026 alle ore 16:42